"La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture non mancando mai, soprattutto nella liturgia, di nutrirsi del pane della vita, sia della Parola di Dio, sia del Corpo di Cristo". (Concilio Vaticano II)

domenica 16 ottobre 2011

Capire la Santa Messa - XVII Appuntamento

Torna l'appuntamento domenicale con la meditazione sul significato della Santa Messa, con gli approfondimenti di padre Leopoldo, Priore Francescano Conventuale della Chiesa di San Francesco di Brescia:

CAPIRE LA MESSA
17° PARTE

IL PREFAZIO E IL SANCTUS

La preghiera eucaristica

La preghiera eucaristica è spesso percepita come un lungo monologo recitato dal sacerdote. E’ bene ricordare che questi non fa che pronunciare delle parole a nome di tutta l’assemblea; egli parla sempre alla prima persona plurale: “Noi ti presentiamo…. Noi ti offriamo….”. la preghiera eucaristica è un’azione di grazie. E’ prima di tutto l’azione di Gesù che, nell’ultima cena, prese il pane (cf. la presentazione dei doni), rese grazie (preghiera eucaristica), lo spezzò (frazione del pane) e lo distribuì (comunione). E poi, è un’azione di tutta l’assemblea che si unisce all’offerta di Cristo e rende grazie con Lui e per Lui. La preghiera eucaristica è anche, come il suo nome indica, una preghiera, e dunque non una storia raccontata o una lettura. Il sacerdote non si rivolge all’assemblea, ma a Dio Padre a nome dell’assemblea. Questa preghiera si radica nella tradizione della liturgia ebraica e in alcune antichissime preghiere cristiane.

Il dialogo del prefazio

La preghiera eucaristica comincia con un dialogo. E’ il dialogo più importante della liturgia; lo troviamo in tutte le liturgie cristiane della più alta antichità. Tutta la preghiera eucaristica riposa su questo dialogo che permette al celebrante e all’assemblea di verificare la loro coesione. – Il Signore sia con voi/– E con il tuo spirito.
Queste prime due battute ci sono già note. Figurano all’inizio della celebrazione, e prima della lettura del Vangelo. Ricordiamo semplicemente che si tratta di una benedizione di una riconoscenza per i doni di ciascuno. Questo primo dialogo annuncia sempre un momento essenziale: ciò che stiamo per vivere è importante.
- In alto i nostri cuori /- Sono rivolti al signore. Si tratta di un movimento di conversione: i credenti sono invitati ad abbandonare i loro crucci, le loro preoccupazioni e i loro attaccamenti per mettersi in qualche modo “alla giusta altezza”, secondo le parole di San Paolo: “Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3,2).
Con la sua risposta, l’assemblea manifesta che essa aderisce a questo appello del celebrante e che vuole volgere il suo cuore verso il Signore e attaccarsi a Lui solo.
- Rendiamo grazie al Signore nostro Dio!/- E’ cosa buona e giusta.
Il celebrante invita i fedeli a entrare nella grande preghiera di ringraziamento. Potremmo trascrivere “rendiamo grazie” con “celebriamo l’eucarestia” per il Signore nostro Dio! Il sacerdote invita dunque i credenti a “fare eucarestia”. A questo invito, l’assemblea dà il suo consenso rispondendo: “E’ cosa buona e giusta”. Essa delega in qualche modo il celebrante a pronunciare l’azione di grazie in suo nome. Approva in anticipo ciò che si svolgerà, manifestando pienamente il suo consenso in quanto popolo sacerdotale. Essere giusti significa dare o rendere a ciascuno ciò a cui ha diritto in fatto di beni materiali o spirituali, di ricchezze o di onore. Nei confronti di Dio, la giustizia consiste nel riconoscere ciò che egli è: Creatore e redentore. Rendere a Lui grazie non è dunque altro che giustizia, perché noi riceviamo tutto da Lui. Si aggiunge anche che ciò è “cosa buona”, piacevole e allietante. Noi siamo felici di rendere grazie a Dio che ci ha colmato e ci ama a tal punto. Noi lo facciamo di buon cuore, come un bambino piccolo che salta al collo del suo papà o della sua mamma per dire loro grazie.

Il prefazio

Il sacerdote prosegue partendo dalla risposta dei fedeli: “E’ veramente cosa buona e giusta rendere grazie a te”. Ciò illustra molto bene l’unità profonda del sacerdote e dell’assemblea: tutti rendono grazie, anche se il sacerdote soltanto pronuncia la grande preghiera che tutti ratificheranno con un Amen solenne alla fine della dossologia. Il prefazio è l’inizio dell’azione di grazie rivolta al Padre. In latino, la Parola praefatio significa: “preambolo”, “prefazione”. Esso consiste di tre parti: 1 il riconoscimento della lode dovuta al Padre per la mediazione del Figlio: 2 i motivi particolari dell’azione di grazie che sottolinea la celebrazione; 3 introduzione al Sanctus.

Riconoscimento della lode dovuta al Padre

La formula iniziale, che riprende la risposta precedente dei fedeli, è la stessa per la quasi totalità dei prefazi: “E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore”. Queste prime parole hanno la loro origine nelle formule della pietà ebraica. Il nostro prefazio riprende questa azione di grazie con molto lirismo e comincia anche con veramente: è proprio vero. Questa azione di grazie come il seguito della preghiera eucaristica, è rivolta al Padre, “Per Cristo, nostro Signore”. È con Gesù e come Lui, come bambini amati, che noi ci rivolgiamo a Dio nostro Padre.

2. Motivi particolari dell’azione di grazie

Dopo il preambolo stereotipato, viene una seconda parte che varia a seconda della festa, del tempo liturgico o ancora dell’evento che riguarda la Chiesa locale, come un matrimonio, una ordinazione, un funerale; ne abbiamo poco più di ottanta nel Messale romano. Questi prefazi sono dei gioielli: il senso profondo della festa celebrata vi si dispiega con poche parole. Ecco, come esempio, il secondo prefazio di Pasqua: “Per mezzo di Lui (il Cristo), rinascono a vita nuova i figli della luce, e si aprono ai credenti le porte del regno dei cieli. In Lui morto è redenta la nostra morte, in Lui risorto tutta la vita risorge”.

3. Introduzione al Sanctus 

Dopo aver cantato o proclamato il motivo particolare dell’azione di grazie, il prefazio conduce al Sanctus con una nuova formula stereotipata, che conosce qualche leggera variante: “E noi, uniti agli angeli e agli arcangeli, ai troni e alle dominazioni e alla moltitudine dei cori celesti, cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria”. La lode della Chiesa, all’inizio della grande preghiera eucaristica, si unisce a quella degli angeli e dei santi nella gloria di Dio.

Il canto del Sanctus

La prima parte del Sanctus è direttamente ispirata all’AT e alle preghiere ebraiche. Questa preghiera si riferisce all’acclamazione degli angeli nel racconto della vocazione del profeta Isaia (6,1-3): “Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di Lui stavano dei serafini (…). Proclamava uno all’altro, dicendo: “Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria”.
Leggendo questa preghiera del mattino della liturgia ebraica, “la benedizione di Yotser”, cioè del Creatore, sarete colpiti dalla somiglianza con il prefazio e il Sanctus. “Sii benedetto, nostra roccia, nostro Re, nostro Redentore, che crei gli angeli santi. Sia glorificato il tuo nome nell’eternità, nostro Re, che crei gli angeli. I tuoi angeli stanno nelle altezze dell’universo, proclamano insieme con timore, a piena voce, le opere del Dio vivente e del Re dell’universo. Tutti sono santi, tutti eletti, tutti potenti, tutti compiono con rispetto e timore la volontà del loro Creatore, tutti aprono le loro bocche con santità e purezza, cantono melodiosamente, benedicono, glorificano, magnificano, adorano, proclamano il Re Santo e il nome di Dio. E tutti insieme, prendono su di loro il giogo del regno dei cieli e si esortano reciprocamente alla lode del loro Creatore; in tutta pace spirituale, con labbra degne e con santa soavità, tutti con voce unanime, si rispondono con venerazione e rispetto dicendo: “Santo, Santo, Santo è il Signore Sabaoth! La terra è piena della sua gloria”. Il nostro Sanctus riprende questo versetto di Isaia, più o meno nel senso che la terra si unisce al cielo, dal momento che noi ci uniamo agli angeli per cantare la gloria di Dio: “Santo, Santo, santo, il Signore Dio dell’universo! I cieli e la terra sono pieni della sua gloria”. Santo, kadosh in ebraico, designa letteralmente ciò che è “separato”, “differente, “altro”. Noi cantiamo la grandezza di Dio, il Totalmente Altro. “Dio dell’universo” traduce l’espressione ebraica: Yahvè Sabaoth, “Signore degli eserciti”; la scrittura attribuisce spesso questo titolo a Dio, per mostrare che Lui è il Signore degli angeli e degli astri. Questo inizio del Sanctus è attestato alla fine del IV secolo. Il seguito appare prima del VI secolo: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli”. Riconosciamo l’acclamazione degli ebrei al momento dell’entrata messianica di Gesù a Gerusalemme, il giorno delle Palme. “La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: “ Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli” (Mt21,9). Questa acclamazione è tratta dal Salmo 117 (118): “Ti preghiamo, Signore: dona la salvezza! Ti preghiamo, Signore: dona la vittoria! Benedetto colui che viene nel nome del Signore” (25-26°). In ebraico, “dona la salvezza” si dice: hoshiah’na. Bisogna sapere che si supponeva che questo Salmo avrebbe accompagnato l’accoglimento del Messia al momento del suo arrivo. Gli israeliti lo canteranno in occasione delle Palme: e questo è proprio il segno che essi hanno riconosciuto in Gesù il Messia. Hosanna aveva allora perduto il suo significato originario per diventare una semplice acclamazione di gioia e di vittoria. Ma nel momento in cui Gesù entra in Gerusalemme per subire la passione e salvarci, questa acclamazione riacquista tutto il suo significato. Del resto, il nome ebraico di Gesù, Yeshuà, significa “liberatore, “salvatore”. “nell’alto dei cieli” è un ebraismo. Si deve intendere: Osanna a Dio che abita nel più alto dei cieli. Noi riconosciamo l’infinita grandezza di Dio. CON IL CANTO DEL Sanctus, celebriamo dunque la gloria di Dio con gli angeli, in una atmosfera di grande festa. I liturgisti richiedono dunque che questa acclamazione sia cantata da tutta l’assemblea, con forza e con gioia: “Un Sanctus sussurrato dolcemente con voci parsimoniose, economizzando avaramente il fiato (….) è al di fuori del testo; il canto dei serafini di Isaia faceva vibrare i cardini della porta del Tempio!”.

domenica 9 ottobre 2011

Capire la Santa Messa - XVI Appuntamento

Torna l'appuntamento domenicale con la meditazione sul significato della Santa Messa, con gli approfondimenti di padre Leopoldo, Priore Francescano Conventuale della Chiesa di San Francesco di Brescia:

CAPIRE LA MESSA
16° PARTE

 I riti dell’offertorio

La preparazione dei doni
 
Prima dell’offertorio, sull’altare non ci sono che una tovaglia che manifesta che l’altare è proprio la tavola del banchetto eucaristico, delle candele che indicano che questo pasto è sacro e un crocifisso che ricorda che ogni messa noi siamo ai piedi della croce. Il celebrante dispone il corporale, panno bianco quadrato, chiamato così perché un tempo si deponeva direttamente su di esso l’ostia consacrata, il corpo di Cristo. Vicino al corporale o sopra di esso si mette un purificatoio, piccolo tovagliolo piegato in lunghezza, destinato a detergere il vino consacrato e a “purificare” (nel senso di “desacralizzare”) il calice dopo la comunione. Questo panno non si deve confondere con il manutergio, da “mano” e tergere “asciugare” che il sacerdote utilizza per asciugarsi le mani. Vi si colloca inoltre il messale che contiene tutte le preghiere della messa. Prima di essere disposti sull’altare, questi oggetti sono stati preparati su un piccolo tavolo che si chiama credenza.

I vasi sacri
I ministranti portano i vasi sacri chiamati così perché sono essi che conterranno il corpo e il sangue di Cristo. Hanno dei nomi un po’ complicati come patena, calice o ciborio. La patena, dal latino patena, “vaso vuoto” di forma circolare e concava è destinata a ricevere le ostie durante la celebrazione della messa. Fatta di materiale solido e nobile, essa è accompagnata dal calice. Il calice viene dal greco kulix e dal latino calix che designano una “coppa”. Il calice contiene il vino che diventerà il sangue di Cristo. Quando i fedeli a messa sono numerosi le ostie da consacrare vengono collocate nei cibari. L’origine di questa parola è poetica: kiborion designa il frutto della ninfea e per estensione, la coppa che ha la forma di questo frutto. A differenza del calice, esso comprende un coperchio, spesso sormontato da una croce perché opportuno che nel tabernacolo dove si conserva il santissimo sacramento, le ostie siano nelle migliori condizioni di conservazione. Oggi la parola ciborio si usa meno, è infatti più comune la parola pisside. Il pane è, almeno in occidente, l’alimento fondamentale per gli uomini, a tal punto che è diventato il simbolo di ogni alimento. E’ il frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Per avere del pane, occorrono prima di tutto una buona terra, l’acqua e il sole. Ma anche molto lavoro, dall’agricoltore che semina, ara, miete e batte le spighe per estrarne i grani, fino al mugnaio che produrrà la farina e al panettiere che lavorerà la pasta e la cuocerà. E’ un bel simbolo di ogni nostro lavoro che presentiamo a Dio. I padri della chiesa hanno messo in rilievo che il pane, come il vino del resto, è u n segno di unità: dei grani così diversi sono impastati per formare una sola farine e un solo pane. Così la comunità unificata dall’azione dello spirito santo si comunica al medesimo corpo di Cristo per formare ormai un solo corpo. Possiamo leggere della Didaché uno dei documenti cristiani più antichi: “come questo pane che noi spezziamo, una volta disseminato sulle colline è stato raccolto per non farne più che uno solo, così la tua chiesa sia radunata dalle estremità della terra nel tuo regno!”. Il Cristo ha scelto questo cibo ricco di significato per darsi a noi. Già nel discorso sul pane di vita (Gv 6), Gesù dichiara che egli è “il pane di Dio, colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (6,51). Questo cibo viene dal Padre: è quello che noi sollecitiamo nel Padre nostro domandandogli “il nostro pane quotidiano”. Noi abbiamo la consuetudine di usare del pane azzimo, cioè non lievitato. Perché? Innanzitutto sicuramente in relazione alla Pasqua ebraica. Prima di passare dalla schiavitù alla libertà, Dio ha ordinato al popolo ebraico di mangiare rapidamente l’agnello e il pane azzimo. Nell’ultima cena condivisa con i suoi discepoli, Gesù ha dunque preso del pane azzimo e noi vogliamo fare lo stesso. Ci sono anche delle ragioni pratiche: si conserva più a lungo del pane lievitato e fa meno briciole quando lo si distribuisce. Questo pane diverso ci ricorda che l’eucaristia non è un pasto come tutti gli altri. Nello stesso tempo è importante che le ostie conservino intatto il gusto del pane. Ostia viene dal latino hostia che significa “vittima”. L’ostia designa dunque la vittima offerta in sacrificio e che prima di essere presentata a Dio è stata colpita, immolata.

Il vino

“Il vino rallegra il cuore dell’uomo”. E’ il segno della festa e anche il simbolo delle nozze eterne. In occasione dell’ultima cena, offrendo la coppa del vino, Gesù aggiunge che non berrà più d’ora in avanti il frutto della vite fino a che non sarà venuto il regno di Dio (Lc 22,18). Nell’attesa, questo vino sarà quello del suo sangue versato. Nel giardino degli Ulivi, mentre prova solitudine e l’angoscia fino a sudare sangue, Gesù parla di questo calice che egli accetta: “padre, se vuoi allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà!” (Lc 22,42) Perché si utilizza del vino bianco piuttosto che del vino rosso? Di nuovo per delle ragioni pratiche: il vino bianco macchia meno di quello rosso. Talvolta si usa del vino dolce perché si conserva più a lungo.

La processione delle offerte


Questo rito proposto dalla riforma liturgica del Vaticano II, rinvia ai primi tempi della chiesa quando i cristiani portavano il pane, il vino e l’acqua come pure il cibo, per il pasto comunitario, che si chiamava agape. Oggi non sono più i fedeli che preparano direttamente il pane e il vino (le ostie sono fabbricate dalle monache e salvo che nelle regioni viticole, il vino viene prodotto altrove), ma questa processione simbolizza la partecipazione dell’assemblea a questo atto di offerta: sono le nostre attività, il nostro lavoro e tutta la nostra vita che presentiamo al Signore, Dio ci ha colmato dei suoi doni, noi vogliamo offrirgliene una porzione simbolica, in riconoscenza dei suoi benefici. Più profondamente, siamo chiamati ad associarci al dono che il Cristo fa della sua vita. Questo è il momento di spossessarsi di se stessi per aprirsi con fiducia a Dio. E’ anche il mondo intero, con le sue sofferenze e le sue lacerazioni che noi rimettiamo nelle mani del Padre.

La questua

Per significare la nostra partecipazione all’offertorio, abbiamo sostituito i doni in natura con la questua. Ci si può domandare se sia questo il momento buono per farla, perché il rumore degli spiccioli disturba e distrae l’assemblea…. Tuttavia, la questua fa parte, a suo modo, della liturgia dell’offertorio. Con il nostro dono partecipiamo simbolicamente all’acquisto di queste offerte e inoltre al sostentamento della chiesa come pure dei suoi ministri e alle attese di coloro che sono socialmente più svantaggiati. Il denaro così raccolto è il segno materiale dell’offerta che noi facciamo di noi stessi, delle nostre forze e delle nostre energie.
 
Il canto d’offertorio
 
Possiamo eseguire un canto che accompagna l’offerta di Cristo perché la processione delle offerte rappresenta simbolicamente l’”entrata” di Cristo che viene a dare la sua vita. Questo canto ricorda le acclamazioni della folla quando Gesù è entrato a Gerusalemme.

La presentazione dei doni

Il sacerdote presenta questi doni a Dio. Egli alza leggermente la patena poi il calice. E’ un gesto eloquente per tutti: le nostre offerte terrene, simboli di tutta la nostra vita, sono elevate al mondo celeste. Il sacerdote pronuncia delle formule di benedizione che si ispirano alla liturgia ebraica: “Benedetto sei tu Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi bevanda di salvezza”. Benedire, bene-dicere significa “dire bene”. L’uomo vuole dire bene di Dio che lo colma, che lo ha benedetto con tutta la creazione. Alla formulazione ebraica delle benedizione del pane e del vino, il Messale romano aggiunge la menzione del “lavoro dell’uomo” con il Creatore per la valorizzazione della terra, una collaborazione indispensabile. Una sinergia (attività comune) tra Dio e l’uomo trova la sua dimensione nella liturgia, che è un atto comune tra Dio e il suo popolo per la celebrazione della loro alleanza. Alla benedizione pronunciata dal sacerdote per il pane e poi per il vino i fedeli sono invitati a rispondere con una acclamazione che è anche una benedizione “Benedetto nei secoli il Signore”.

La goccia d’acqua nel calice
 
Perché dunque il sacerdote versa un po’ d’acqua nel vino? L’origine pratica di questo gesto si trova nell’usanza giudaica e greca di mischiare un po’ d’acqua al vino che era troppo forte. Ma c’è certamente un significato più profondo. Ascoltiamo ciò che dice il sacerdote: “L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”. Si tratta dunque di un magnifico simbolo della nostra umanità che si unisce alla divinità di Gesù. Già nel III secolo , san Cipriano scriveva: “Quando si mischia l’acqua al vino nel calice, il popolo non forma che una cosa sola con il Cristo (….). Questo congiungimento , questa associazione dell’acqua e del vino si compie nel calice del Signore in una maniera indissolubile, di conseguenza niente potrà separare il Cristo dalla chiesa (….). Essa gli sarà sempre attaccata e l’amore farà dei due un tutto indivisibile”. Una volta che l’acqua è mischiata al vino, non la si può più distinguere, né togliere. Così è della nostra unione con il Signore nell’eucaristia: noi non formiamo più che una cosa sola con lui. Questa goccia d’acqua è la nostra umile partecipazione, essa è certo molto piccola e limitata, ma è il Signore che non vuole fare nulla senza di noi, che ce la richiede.

“Accoglici o Signore”

Dopo aver benedetto Dio per il pane e per il vino, il sacerdote si inchina in un gesto di umiltà dicendo: “umili e pentiti, accoglici o Signore. Ti sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a te”. Questa formula si ispira a un brano del profeta Daniele: il cantico di Azaria nella fornace. “Ora invece, Signore, noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, oggi siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati (…). Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito perché non c’è delusione per coloro che confidano in Te” (Dn 3,37,39-40). Prima di offrire a Dio il sacrificio perfetto della nuova ed eterna alleanza, noi riconosciamo la nostra indegnità, ma sappiamo che Dio non respinge mai un cuore pervaso da umiltà e fiducia.
 
Incensare le offerte
 
Il celebrante incensa le offerte che diventeranno il corpo e il sangue di Cristo. E’ il segno che vuole fare salire le offerte verso Dio come l’incenso che si innalza. Egli incensa ancora una volta l’altare, segno di Cristo che si offrirà per noi sulla croce, “luogo” del sacrificio. Poi il turiferario incensa il sacerdote e i fedeli che si offriranno con il cristo, affinché siano essi stessi santificati da questa azione santa.

Il gesto del lavabo

Il sacerdote si lava le mani. Questo gesto si chiama “lavabo” non perché il sacerdote sta per lavarsi le mani al lavabo ma a causa della parola latina che incomincia il versetto di un salmo che lo accompagna: “Lavo (laverò) nell’innocenza le mie mani e giro attorno al tuo altare, o Signore (salmo 25(26),6). E’ la ripresa di un gesto ebraico di purificazione che anche Gesù praticò. In origine il sacerdote compiva questo gesto per ragioni d’igiene, perché le sue mani erano sporche dopo aver ricevuto le offerte in natura. Esso ha preso poi un significato spirituale. Lavandosi le mani, il sacerdote dice: “lavami, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato”. Con queste parole d’umiltà, il sacerdote manifesta che egli è peccatore tanto quanto un altro battezzato. Al momento di compiere un’azione così grande, egli riconosce la sua indegnità e il suo bisogno di essere purificato.
 
La preghiera sulle offerte 

A conclusione della preparazione dei doni, il sacerdote invita l’assemblea ad alzarsi in piedi e a pregare: “Preghiamo fratelli perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente”. Questa formula esprime bene che il sacrificio eucaristico non impegna soltanto il sacerdote che lo offrirà e l’assemblea che si unisce a lui, ma anche la chiesa e l’umanità tutta intera.
I fedeli rispondono precisamente “il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa”. Questa formula breve esprime le due finalità del sacrificio: esso dà a Dio “ogni onore e gloria” come canterà la conclusione solenne della preghiera eucaristica e procura al mondo intero la salvezza. Solidale con tutta l’umanità, è il mondo intero che noi accogliamo nella nostra offerta ed è il mondo intero che beneficia del sacrificio di Cristo. Segue la preghiera sulle offerte che si chiamava un tempo secreta, non perché fosse segreta ma perché era la preghiera sui doni che erano stati messi da parte (secreta, da secernere “separare”, “mettere da parte”) per la celebrazione dell’eucaristia. Queste preghiere, spesso antichissime, cantano il mirabile scambio che si sta per compiere: i doni che noi offriamo a Dio sono chiamati a diventare per l’azione dello Spirito Santo, Dio stesso che si offre a noi. Noi non portiamo quasi mai nulla, semplicemente un po’ di pane e di vino, in cambio ci sono date tutte le ricchezze di Dio. Noi portiamo la nostra vita: una vita debole e ferita, una vita segnata dal peccato, il cambio riceviamo la vita del Risorto. Si, che meraviglioso scambio!

Ricapitolando
 
L’offertorio è il momento nel quale si preparano e si portano i doni che serviranno per l’eucaristia. E’ una specie di transizione tra la Parola e l’eucaristia, ma che nondimeno costituisce un tempo importante e denso di significato. Presentando il pane e il vino è tutta la nostra vita che noi presentiamo ed ci disponiamo così ad accogliere il nostro Signore. Questa presentazione è accompagnata da formule di benedizione che si ispirano alla liturgia ebraica. La goccia d’acqua versata nel calice manifesta la nostra partecipazione a questa offerta e la nostra unione a Cristo. L’incensamento è il segno che vogliamo fare salire le offerte a Dio come l’incenso che si innalza. Il lavaggio delle mani ricorda che il sacerdote è un uomo peccatore e che egli non sta all’altare in ragione dei suoi meriti o delle sue qualità, ma unicamente per il dono di Dio ricevuto con l’ordinazione. Infine, la preghiera sulle offerte e il suo dialogo manifestano che tutta la comunità è parte pregnante nella presentazione delle offerte e che noi celebriamo per il mondo intero. Viviamo intensamente questa liturgia dell’offertorio, offrendo noi stessi al Padre con il Cristo!

 

venerdì 7 ottobre 2011

Itinerari di fede - XII appuntamento

Torniamo a meditare attraverso il nuovo percorso ricco di diversi itinerari, sempre scritti dalla mano di padre Leopoldo, Priore Francescano Conventuale della Chiesa di San Francesco di Brescia (ringraziamo sempre Enza per l'opera non facile di trascrizione), concernenti ora la vita spirituale:

LA VITA SPIRITUALE (PARTE TERZA)

IL RUOLO INSOSTITUIBILE DI MARIA NELLA VITA SPIRITUALE
La mamma è sempre sollecita nel soccorrere il frutto delle proprie viscere, mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Nel cammino della tua vita, spesso difficile e travagliata, affidati con tutto il cuore a Maria, "la Mamma delle mamme". Gesù te l'ha donata dalla croce come madre precisamente per questo. Lui stesso, mentre ti affida alle sue cure materne: "ECCO TUO FIGLIO", ti esorta a metterti nelle sue mani e nel suo cuore: "ECCO LA TUA MADRE. Con tanto interessamento e con tanto amore la Beatissima Vergine lavora a ottenere a tutti noi il divino aiuto, che come per mezzo di Lei discese sulla terra, così per mezzo di Lei gli uomini salgono al cielo. La malvagità degli uomini, assai spesso, eccita la divina indignazione. La Madre di Dio è l'Arca dell'Alleanza eterna perché non venga distrutta l'umanità. Le preghiere degli altri Santi si basano soltanto sulla Divina Misericordia; le preghiere di Maria, invece, su un certo diritto materno. Accostandosi quindi al trono del Figlio suo, come AVVOCA TA domanda, come ANCELLA prega, come MADRE comanda (Pio VII, bolla "Tanto studio "). Qui ora, riportiamo Documenti, Esperienze, Testimonianze di veri Maestri, che hanno tracciato un CAMMINO nella VITA SPIRITUALE. Tutti i Santi (ricordiamo in modo speciale i Fondatori di Ordini e di Congregazioni, sia religiosi che laicali) hanno ricevuto dallo Spirito Santo Carismi diversi per Ministeri diversi, al fine di far rifulgere nella CHIESA, che è "come la Sposa adorna per il suo Sposo" (Ap. 21,2), la Santità e lo Splendore del volto di Cristo. Hanno aperto VIE di Spiritualità che sono e saranno sempre feconde di frutti. Ma, mentre i Santi hanno attinto dalla "multiforme GRAZIA di CRISTO
(1 Ptr. 4,10) i DONI proporzionali alla loro Vocazione-Missione, Maria Santissima ha partecipato come Madre e anche come Prima Discepola (Prima Cristiana "ante litteram"), in maniera totale ed unica, al Mistero della sua Incarnazione e della sua Redenzione. Nessuno ha mai condiviso né potrà mai condividere come Lei la vita di Gesù e quindi l'Ideale del suo Vangelo. Tra Maria e Gesù non ci fu solo una unione di opere, di vicende, di convivenza, ma raggiunse il cuore. Il Bèrulle, cardinale e teologo francese, nelle pagine mirabili che dedicò alla contemplazione dell'ineffabile unione di mente e di cuore tra Gesù e Maria, scrive: "Gesù e Maria non sono, ci sembra, che un solo vivente sulla terra: il cuore dell’uno non vive e non respira che per l'altro " ("Le grandezze di Maria, pag.158). Come è vero che la VITA SPIRITUALE è il CAMMINO per incontrare Cristo in una maniera sempre più piena e vitale, nessuno l'ha mai incontrato né lo potrà mai incontrare come Maria, sua Madre. S. Luca, per farci capire quanto Maria fosse unita a Gesù e mettesse sempre il Figlio al centro della propria vita, ci dice: "Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore" (Lc. 2,19). Tutto ciò che faceva e diceva suo Figlio, tutto ciò che gli altri facevano e dicevano nei riguardi di Lui, passava dal suo cuore materno: lo meditava confrontandolo nella Fede, che diveniva incessante preghiera, per conformarsi sempre alla volontà del Padre. Così Maria è stata costantemente fedele a quelle parole pronunciate come risposta a Dio nell'Annunciazione: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc. 1,38). E' la FEDE piena e senza riserve di Maria che Le attira tutti i Favori di Dio, quella FEDE che lo Spirito Santo stesso, per bocca di Elisabetta, proclama: "Beata Colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore"(Lc. 1,45). 
Papa Paolo VI, di venerata memoria, nell'Esortazione Apostolica "SIGNUM MAGNUM" del 1967 sul culto da tributarsi a Maria, esalta le virtù evangeliche che con la fede rifulgono mirabilmente in LEI. "Contempliamo Maria ferma nella fede, pronta nell'obbedienza, semplice nell'umiltà, esultante nel magnificare il Signore, ardente nella carità, forte e costante nell'adempiere la sua missione fino all'olocausto di se stessa, in piena comunione di sentimenti con il Figlio suo che si immolava sulla croce per donare agli uomini una VITA NUOVA" (Signum magnum N° 12). Nei momenti più importanti della vita di Gesù troviamo sempre in maniera significativa, la presenza di Maria. A Cana compie il primo Miracolo di tramutare l'acqua in vino per la Mediazione materna di Maria. L'episodio mette in risalto l'attenzione e la vigilanza con cui Ella segue, momento per momento, lo svolgersi della festa, per cui si accorge quando il vino sta per finire. Sono squisite la sua sollecitudine e insieme la sua discrezione nell'intervenire presso il Figlio: "Non hanno più vino " (Gv. 2,3). Senza interferire minimamente circa le modalità del suo intervento, Lei ha la certezza che vi avrebbe comunque provveduto. Per questo si rivolge ai servi e dice loro semplicemente: "Fate quello che vi dirà" (Gv. 2,5). "Sono, dice il Beato Giovanni Paolo II, come le parole-testamento di Maria". Tutti i suoi Messaggi nelle diverse apparizioni della storia riecheggiano questa Sua missione: portare le anime a Lui. "Fate quello che vi dice mio Figlio". Sul Calvario, al compimento dell'ORA di Cristo e dell' ORA della storia, ai piedi della croce, Maria partecipa nel cuore al Sacrificio Redentore del FIGLIO con un abbandono totale alla volontà del PADRE. Unita intimamente a Cristo, la Vergine è MODELLO e FIGURA della CHIESA, chiamata ad accogliere, non passivamente ma con la propria collaborazione, la Redenzione operata da LUI. Per questo dalla croce il Figlio la dichiara MADRE dell'umanità redenta. "Gesù allora, vedendo la MADRE e lì accanto il discepolo che Egli amava, disse alla Madre: "Donna, ecco tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!" (Gv. 19,26-27). Attraverso l'esperienza del Calvario, Maria è divenuta la MADRE della REDENZIONE, perché in Cristo e con Cristo ci ha rigenerati come Figli di Dio, e nostra AVVOCATA di Grazia e di Misericordia. Qualche Santo arriva a definirla “L’ONNIPOTENTE PER GRAZIA". Il Sommo Poeta Dante, nel Canto XXXIII del PARADISO, in una delle più belle preghiere di esaltazione alla Vergine, esprime così la sua Efficace Mediazione presso il Figlio Gesù: "Donna, se' tanto grande e tanto vali, che qual vuol Grazia ed a Te non ricorre, sua desianza vuol volar sanz’ali". Maria è la DONNA del SABATO SANTO. Tra lo sconcerto dei discepoli, smarriti dopo la fine ignominiosa del loro Maestro nel quale avevano riposto tutte le loro speranze, ELLA, "nel Sabato del silenzio di Dio" è, e rimane la "Virgo fidelis", la Vergine fedele. Sotto la croce non crolla, ma come dice il Vangelo. "STA". Lo SPIRITO SANTO, che inonda pienamente la sua anima benedetta, la ILLUMINA, la FORTIFICA, la GUIDA nel percorrere tutto l'arco della fede. All'alba del mattino di PASQUA, Maria non è presente con le pie donne che vanno alla tomba a piangere un morto. ELLA è sicura che LUI, come aveva predetto, sarebbe risuscitato. Anche se il Vangelo non ne parla espressamente, è ovvio che Gesù risorto è apparso per primo a sua Madre. Troviamo finalmente Maria presente all'EVENTO grandioso che inaugura ufficialmente la Chiesa: la PENTECOSTE. Nei giorni di attesa dello Spirito Consolatore, che li avrebbe trasformati in suoi Testimoni, ELLA anima, rincuora e tiene uniti gli Apostoli e i Discepoli. "Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù e con i fratelli di Lui" (Atti 1,14). Questa presenza materna di Maria, tanto assidua e premurosa nel servire, e “nell'ascoltare” il Figlio, diventa così la sua missione nella vita della Chiesa: essere MEDIATRICE di GRAZIA per la salvezza di tutti i figli che Lui le ha "consegnato" dalla croce. Ogni DONO, ogni GRAZIA ci vengono elargiti dalla misericordia del Padre, che non ha limiti, per i meriti infiniti del proprio Figlio Gesù Cristo, Crocifisso e Risorto. Maria però intercede efficacemente perché il TESORO INESAURIBILE della REDENZIONE venga donato a ciascuna anima nel cammino verso la VITA ETERNA, secondo la Vocazione di ogni persona, che è UNICA e IRREPETIBILE. I miracoli e le conversioni innumerevoli che sono avvenuti e avvengono continuamente per l'Intervento e la Mediazione di Maria, specialmente nei santuari a Lei dedicati, vere "Oasi di Spiritualità", confermano come la Sua Potenza di Intercessione in favore dei propri figli è sempre all'opera. "Ecco la tua Madre! ". Questo caldo invito di Gesù ad accogliere la sua Mamma come mamma nostra è il più dolce dei Testamenti. Nessuno ha tanto influsso nella vita di ogni persona, nessuno entra nel suo cuore quanto la propria mamma. Gesù, donandoci sua Madre “e quale Madre!” come Madre nostra, ce l'ha affidata come MAESTRA e GUIDA sicura nel cammino della VITA SPIRITUALE. 

San Luigi Grignion di Montfort, il Santo innamorato della Madonna, che ha tanto contribuito con la sua vita e con i suoi scritti a diffonderne la devozione, in particolare con l'atto di Affidamento a Lei, spiega come questa pratica "è una strada comoda, breve, perfetta e garantita per giungere alla unione con il Signore, dove e 'è la perfezione cristiana” (Trattato della vera devozione" N° 152 e ss.). Il Beato GPII, che con molta sapienza ha guidato la Chiesa nel trapasso da un millennio all'altro, ci ha mostrato con la santità della sua vita e con la fecondità prodigiosa del suo Alto Magistero, che cosa significa affidarsi a Maria.
Il 13 maggio 1981 giorno della prima Apparizione della Vergine a Fatima, nel gravissimo attentato che ha subito, è stato salvato da Dio per Intercessione di Maria. La devozione di GPII alla Madonna è stata intensa, tenera e filiale. L’ha espressa continuamente: nelle molte e stupende preghiere per Lei composte, negli Atti di Affidamento di se stesso, delle singole nazioni come dell'umanità intera, nei frequenti pellegrinaggi ai Santuari mariani, in tutti i luoghi dove l’ha portato il suo zelo apostolico indefesso, paragonabile a quello di San Paolo. Anche il motto del suo pontificato, eminentemente mariano lo sintetizza bene: "TOTUS TUUS, O MARIA: Sono tutto tuo, o Maria". 
 
La PREGHIERA LITURGICA della Chiesa esprime sempre la sua fede: "LEX ORANDI, LEX CREDENDI".
Per questo essa applica a Maria le parole che ne esaltano la sua potenza di Grazia. Sono tratte dal Libro dei PROVERBI: "Chi trova Me trova la VITA, e ottiene FAVORE dal Signore" (Prov. 8,35). Per concludere, ogni anima, finché è pellegrina in questo mondo, tra tante prove e sofferenze, guardi sempre a Maria che ci viene descritta nella GLORIA di DIO dall'Apostolo Giovanni, con meravigliose immagini "...Nel cielo apparve poi un SEGNO GRANDIOSO: una DONNA vestita di SOLE, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle " (Ap. 12,1 ).
Germano, patriarca di Costantinopoli ( morto nel 733), innalza a Maria una stupenda preghiera, usando delle bellissime e delicatissime immagini che esprimono un grande amore ed una tenerezza filiale verso la Madre di Dio:
 
Mio sollievo, Maria, mia rugiada e refrigerio nell'arsura. Pioggia che scende da Dio sul mio cuore, Lampada risplendente nell'oscurità dell'anima; Guida nel cammino e sostegno nella debolezza, Veste della mia nudità e ricchezza nella mia miseria. Medicina delle mie insanabili ferite, Sollievo dei miei dolori e speranza della salvezza.
"Eccomi, sono la Serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38). Nel Cammino della VITA SPIRITUALE ti previene e ti accompagna sempre la GRAZIA di DIO, che richiede però la tua disponibilità e la tua collaborazione. Se al Dono di Dio tu corrispondi con pienezza, sull'esempio di Maria, ricevi tutto; se vi corrispondi molto, ricevi molto; se vi corrispondi poco, ricevi poco. "Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà" (2 Cor. 9,6).

domenica 2 ottobre 2011

Capire la Santa Messa - XV Appuntamento

Torna l'appuntamento domenicale con la meditazione sul significato della Santa Messa, con gli approfondimenti di padre Leopoldo, Priore Francescano Conventuale della Chiesa di San Francesco di Brescia:

CAPIRE LA MESSA
15° PARTE

La preghiera universale 

Dopo il credo si recita la preghiera universale, che conclude la liturgia della Parola.
La preghiera universale o “preghiera dei fedeli” è una tradizione molto antica. Essa si radica nella tradizione ebraica che associa benedizioni e preghiere di domanda in una lode confidente in Dio. Essa si appoggia anche sulle raccomandazioni di san Paolo: “Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità.” (1Tm 2, 1-4). La preghiera dei fedeli nel corso della messa è stata sfortunatamente abbandonata verso il VI secolo. E’ la riforma liturgica dell’ultimo concilio che ha permesso di riannodare i rapporti con questa tradizione molto antica. L’OGMR (Ordinamento generale Messale Romano) la definisce così: “Nella preghiera universale, o preghiera dei fedeli, il popolo risponde in un certo modo alla Parola di Dio accolta con fede e, esercitando il proprio sacerdozio battesimale, offre a Dio preghiere per la salvezza di tutti” (n° 69). Si tratta dunque proprio della preghiera del popolo, dell’assemblea, che intercede per i bisogni del mondo e dei membri della comunità. Idealmente, questa preghiera non dovrebbe essere composta dal sacerdote celebrante, come troppo spesso avviene, ma dai fedeli. In alcune parrocchie ci sono esperienze molto significative al riguardo. Questa preghiera è universale, perché essa si allarga alle dimensioni della chiesa universale. Non è dunque prima di tutto una preghiera per noi, per i nostri propri bisogni, ma una preghiera per il mondo, per l’universo intero. Esaminiamo ora lo svolgimento di questa preghiera.

L’invito
 
Il celebrante invita l’assemblea alla preghiera. Ecco (vale come esempio) una proposizione del Messale Romano per la Quaresima: “All’avvicinarsi delle solennità pasquali, preghiamo il Signore in modo più pressante, affinché l’universo intero benefici maggiormente delle ricchezze del mistero della salvezza”.
O ancora questa introduzione proposta per il tempo ordinario, che manifesta bene l’apertura della nostra preghiera al mondo intero: “E ora, fratelli carissimi, apriamo i nostri cuori a tutte le sofferenze e a tutti i bisogni dei nostri fratelli uomini”.

Le intenzioni di preghiera
 
Le intenzioni sono lette da un diacono o da un lettore. Possono essere dette dai membri dell’assemblea nel caso di una preghiera spontanea. Se dovete comporre delle intenzioni di preghiera universale, l’OGMR (n° 70) vi suggerisce di pregare:
─ per i bisogni della chiesa, per i suoi pastori e i suoi fedeli;
─ per i dirigenti degli affari pubblici, affinché operino a favore di una vera pace nella giustizia, e per la salvezza del mondo intero;
─ per tutti coloro che sono oppressi da una difficoltà;
─ per la comunità locale, per i suoi defunti e per i suoi bisogni particolari.
Dopo ogni intenzione, l’assemblea prega cantando un ritornello o restando semplicemente in silenzio.
 
La conclusione
 
Al termine di queste diverse domande, il sacerdote conclude con una orazione. Ecco un esempio proposto dal messale: “O Dio che tutto conosci, tu vedi tutti i bisogni della nostra vita umana. Accogli le preghiere di coloro che credono in te, esaudisci i desideri di coloro che ti supplicano. Per Cristo nostro Signore.
Il modello più sorprendente di preghiera universale è la grande intercessione del Venerdì Santo, con le dieci preghiere per la santa Chiesa, per il Papa, i vescovi e i presbiteri, per i catecumeni, per l’unità dei cristiani, per gli ebrei, per quelli che non credono in Gesù, per quelli che non conoscono Gesù, per i poteri pubblici e per quelli che soffrono. Ritroveremo queste intercessioni nella preghiera eucaristica, particolarmente per il Papa, per i vescovi, per i defunti e per tutto il popolo di Dio. Al fine di evitare dei doppioni, possiamo fare attenzione che le intenzioni della preghiera universale si ispirino alle letture che sono state appena proclamate. Così, la preghiera universale permetterà una buona conclusione della liturgia della Parola, che suscita le domande, prima di incominciare la grande preghiera eucaristica, che è l’intercessione per eccellenza. In alcune parrocchie , la preghiera universale è seguita dagli “avvisi” e dalla presentazione del lavoro sostenuto con le offerte della questua. Questi avvisi possono anche farsi, più opportunamente, alla fine della messa, prima del congedo. Posti dopo le preghiere, sono l’occasione di portare nella nostra preghiera i differenti avvenimenti parrocchiali, così come i bambini che saranno battezzati, i giovani che si son sposati e i parrocchiani che hanno raggiunto la casa del Padre.

Ricapitolando
 
La liturgia della Parola si conclude con la preghiera universale, che è la preghiera dei fedeli per l’universo, per il mondo intero. Dopo un invito del celebrante, formuliamo diverse intenzioni per la chiesa, per i responsabili politici, per le persone che soffrono e per la comunità locale.
Queste preghiere possono essere ispirate dalle letture del giorno oppure essere dette in maniera spontanea. Anche senza dirle ad alta voce, è questo il momento per ognuno di noi di affidare al Signore le intenzioni che portiamo nel cuore.

 

giovedì 29 settembre 2011

Itinerari di fede - XI appuntamento

Torniamo a meditare attraverso il nuovo percorso ricco di diversi itinerari, sempre scritti dalla mano di padre Leopoldo, Priore Francescano Conventuale della Chiesa di San Francesco di Brescia (ringraziamo sempre Enza per l'opera non facile di trascrizione), concernenti ora la vita spirituale:

LA VITA SPIRITUALE (PARTE SECONDA)

Mentre preghi, tu cammini verso Dio. La qualità della tua preghiera esprime la qualità del tuo amore, la sola forza capace di "bruciare" la distanza infinita che ti separa da LUI. "Per liberarvi delle vostre cattive inclinazioni, non occupatevi tanto di esse: ciò alle volte è un modo di dar loro peso ed una virulenza che avevano prima e rischiereste di strappare il bene insieme al male (cfr. La parabola del buon grano e della zizzania. (Mt. 13, 24-30). Il modo giusto di eliminare il male non consiste nell'accanirvi contro, ma nel rivolgervi alla Luce, nel porre tutta la vostra attenzione sulla Luce; allora la vostra parte di ombra si affievolirà, sarà cancellata senza che la tagliate. Dio si incaricherà di tagliarla e di bruciarla nel giorno della mietitura. Rivolgetevi verso la speranza della mietitura".(Lanzo del Vasto). "Mentre Gesù pregava il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante" (Lc 9,29). E' significativo che Gesù si trasfiguri mentre è in colloquio intimo con il Padre. La preghiera, se fatta con il cuore trasfigura la persona. "Guardate a Lui e sarete raggianti; non saranno confusi i vostri volti" (Sal. 33,6). Anche Mosè dopo il contatto con Dio, scendeva dal monte con il volto luminoso, tanto che gli israeliti avevano timore di avvicinarsi a lui. L'anima che "guarda a Dio", che "si rivolge alla sua LUCE", è l'anima che prega. Quando uno prega, diventa "raggiante", perché irradia sugli altri la luce di Dio, che è AMORE, BENEVOLENZA, BONTÀ, MISERICORDIA. Tra VITA SPIRITUALE e PREGHIERA vi è un nesso profondo e inscindibile. Non solo non si possono mai separare, ma ognuna influisce in modo diretto sull'altra. L'anima che "guarda a Dio", che "si rivolge alla sua LUCE", è l'anima che prega. Quando uno prega, diventa "raggiante", perché irradia sugli altri la luce di Dio, che è AMORE, BENEVOLENZA, BONTÀ, MISERICORDIA. Tra VITA SPIRITUALE e PREGHIERA vi è un nesso profondo e inscindibile. Non solo non si possono mai separare, ma ognuna influisce in modo diretto sull'altra. E' vera la frase: "Dimmi come preghi e ti dirò come vivi". Ma è altrettanto vera la frase trasposta nei suoi termini: "Dimmi come vivi e ti dirò come preghi". La Vita Spirituale di un'anima, corrispondente al grado di comunione con Cristo, è direttamente proporzionale con la qualità di preghiera che la esprime e della quale è come il respiro. Madre Teresa di Calcutta ne è un esempio incarnato ai nostri tempi. Prima di andare a servire "gli ultimi della terra", ogni mattina trascorreva un'ora e mezza di adorazione davanti a Gesù Eucarestia. A sera, dopo il servizio instancabile prestato ai poveri, nello spirito della Carità di Cristo, concludeva la sua giornata con un'altra ora di "colloquio contemplativo". Le molte preghiere che ha composto, sgorgate dal suo grande cuore, sono una viva testimonianza di questa grande verità: la PREGHIERA, quando è autentica apre sempre l'anima alla CARITÀ. Vogliamo qui riportare uno dei suoi pensieri così delicati e profondi nei quali traspare il suo amore e la sua tenerezza per ogni essere umano. Anche il titolo è significativo: LA BONTÀ. "Non permettere mai che qualcuno venga a te e vada via senza essere migliore e più contento. Sii l'espressione della bontà di Dio. Bontà sul tuo volto e nei tuoi occhi, bontà nel tuo sorriso e nel tuo saluto. Ai bambini, ai poveri e a tutti coloro che soffrono nella carne e nello spirito, offri sempre un sorriso gioioso. Dai a loro non solo le tue cure ma anche il tuo cuore" (M. Teresa). Nel Cammino Spirituale (chiamato anche CAMMINO DI FEDE, perché questa è la virtù-fondamento che lo sorregge), s'impara a pregare non tanto dai libri quanto dal MAESTRO INTERIORE, lo SPIRITO SANTO, che è stato infuso nei nostri cuori. (cfr. Rom. 5,5). Per questo S. Giovanni Climaco afferma: "Dio fa il dono della preghiera a colui che prega". Ciò significa che A PREGARE S'IMPARA PREGANDO. Le leggi della preghiera sono le stesse che guidano e accompagnano la Vita Spirituale nel suo sviluppo. Nel cammino verso l'incontro con Dio, l'anima avverte che il cuore le si ALLARGA sempre più e contemporaneamente si ELEVA e si DILATA la sua preghiera. Proprio come chi scala una montagna: sale e salendo contempla orizzonti sempre più vasti.
LA VITA SPIRITUALE E’ LA SALITA AL MONTE SANTO DI DIO
Segnaliamo i principi che costituiscono la verifica sicura del traguardo raggiunto dall'anima nel suo cammino di santità. La preghiera è il termometro che infallibilmente lo rivela. Formuliamo anzitutto il criterio generale, per poi analizzare i vari "Passaggi" che manifestano il progredire della preghiera verso una dimensione sempre più coinvolgente e più vera.
L'INTERIORIZZAZIONE DELLA PREGHIERA ACCOMPAGNA SEMPRE L'INTERIORIZZAZIONE DELLA VITA. È un "Cammino", dall'esterno all'interno della persona. "IL VIAGGIO PIU' LUNGO che l'uomo può compiere è quello che lo porta ad entrare nel più profondo del proprio cuore" (Dag Hammarskïold).
Si va: a) da una preghiera prevalentemente "parlata" ad una preghiera prevalentemente "ascoltata". Nel suo primo stadio, la preghiera predominante è la PREGHIERA VOCALE (=fatta con le labbra) più o meno meccanica. Man mano che l'anima progredisce nel suo
Cammino Spirituale, passa ad una preghiera che coinvolge sempre più le sue facoltà interiori: MENTE, VOLONTÀ, CUORE. Mentre le PAROLE diminuiscono, ma si fanno più vere, crescono gli spazi di SILENZIO.
"Pregando non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venir ascoltati a forza di parole " (Mt. 6,7). b) - Da una preghiera "formale", ossia frammentata in varie "devozioni", ad una preghiera sempre più "sostanziale", che trova il suo Centro nella Persona di Gesù Cristo. L'anima infatti, quando inizia a pregare veramente avverte che entra in un contatto personale e vitale con Gesù Cristo. Scopre gradualmente in se stessa la sua PRESENZA IRRADIANTE e lo accoglie sempre più nel cuore perché diventi il punto costante di riferimento della propria vita. Sempre se è fedele alla voce dello Spirito, riscopre anche il valore INESTIMABILE ed INESAURIBILE della sua REDENZIONE come UNICA SORGENTE di ogni Grazia e di ogni Dono: "In verità in verità vi dico: Se chiederete al Padre qualche cosa NEL MIO NOME, Egli ve la darà" ( GV. 16,23). Anche il suo linguaggio muta: da una forma di MONOLOGO diventa sempre più VERO DIALOGO.
E' meno "freddo" e sempre più "riscaldato" dall'AMORE DELLO SPIRITO SANTO che la guida. (C - Da una preghiera in cui predomina la Domanda, legata alla richiesta di grazie, ad una preghiera che cede il posto sempre più alla LODE, all’ ADORAZIONE, al RENDIMENTO DI GRAZIE, man mano che l'anima scopre quanto è amata. Questo genera in lei un gioioso stupore che la spinge progressivamente ad aprirsi all’azione Gratuita di Dio. Riconosce umilmente le Meraviglie che Egli va compiendo in lei e si rende più disponibile a ricambiare il DONO RICEVUTO: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (Mt. 10,8). In questo cammino giunge all'APICE, che costituisce anche il TRAGUARDO a cui tende la Preghiera: la CONTEMPLAZIONE DI DIO, nel Quale TUTTO È AMORE CHE SI EFFONDE IN GRAZIA . LA VITA SPIRITUALE È LA SALITA AL MONTE SANTO DI DIO
d) Da una Preghiera CHIUSA SULLA PROPRIA PERSONA (e sui propri cari...), che risente ancora di troppi calcoli umani interessati, ad una PREGHIERA D'INTERCESSIONE, APERTA A TUTTA L'UMANITÀ. Intercedere significa farsi carico dei fratelli, nelle loro necessità, presentarli a Dio e implorarlo per loro. La preghiera d'INTERCESSIONE è un grande atto di UMILTÀ -Virtù cardine nella costruzione dell'edificio spirituale- perché ci fa riconoscere i nostri limiti, la nostra povertà radicale. L'UMILTÀ ci rende coscienti che quanto siamo e abbiamo è DONO DI DIO; ci apre perciò a Lui per chiederGli ogni cosa con la semplicità di un bambino che sa di avere bisogno di tutto. È un atto di FEDE, perché ci fa poggiare la nostra richiesta sulla PAROLA DI GESÙ che non si smentisce: "Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto" (Mt. 7,7). È un atto di SPERANZA, perché ci fa attendere da Dio con ferma fiducia, ciò che Gli chiediamo per i nostri fratelli. È un atto di CARITÀ, anzi il primo e più grande atto di Carità, perché nella preghiera d'INTERCESSIONE noi affidiamo a Dio, che è PADRE, la Sorte dei nostri fratelli, che non può essere altro se non il loro VERO BENE. Nella Bibbia rifulgono due Grandi Personaggi, divenuti MODELLI nella preghiera d'INTERCESSIONE: ABRAMO e MOSÈ. ABRAMO, con la Confidenza e l'Ardimento che si osa avere solo nei confronti dell'Amico più caro, supplica Dio per la salvezza degli abitanti di Sodoma. (cfr. Gen. 18, 16-33). È un dialogo molto bello e molto denso, sia in chiave di Fede, come in chiave puramente umana. MOSE', mentre procede nel cammino dell'ESODO -Figura chiara dell'Itinerario della VITA SPIRITUALE-, s'immedesima sempre più nella sorte del suo popolo. Supplica Dio, di cui si sente Intermediario, con accenti molto accorati, facendo appello alla Sua Misericordia, di non far perire con la morte coloro che ha liberati dalla schiavitù.
L'anima che progredisce nel Cammino della preghiera arriva ad assumere in proprio i problemi che affliggono l'umanità e li presenta a Dio con la Fiducia di un figlio, che sa di poter contare sempre, per la Mediazione di GESÙ, sul Suo AMORE e sulla Sua MISERICORDIA di PADRE. "Tutto quello che chiederete con Fede nella preghiera, lo otterrete" (Mt. 21,22). (e - Da una preghiera fatta di pie pratiche o di formule tradizionali ad una preghiera sempre più BIBLICA: l'anima sente il bisogno di esprimersi con la PAROLA DI DIO e specialmente con i SALMI. Non ci sono parole umane che possano tradurre adeguatamente L'ESPERIENZA INTERIORE, INEFFABILE (= Inesprimibile), che essa via via sta vivendo. Effondendosi sempre più con la PAROLA DI DIO, che medita nel suo cuore, l'anima SCOPRE che LUI E' IL TUTTO e lei il NULLA. CIÒ CHE È E CIÒ CHE HA È PURO DONO SUO. Perciò dà sempre più spazio a LUI e meno a se stessa. S. Francesco d'Assisi, Grande Contemplativo, l'ha espresso in una delle sue brevi ma ardenti "preghiere del cuore": "Mio DIO, chi sei TU e chi sono io?... “ (f - Da una preghiera rivolta solamente a GESÙ CRISTO ad una preghiera che, nella CIRCOLARITA' dell'AMORE, diventa sempre più TRINITARIA. GESU' rivela il PADRE e dona lo SPIRITO SANTO. Partendo quindi da Gesù, l'anima entra in un rapporto sempre più intimo con ognuna delle Tre Persone Divine, secondo la formulazione del Mistero SORGENTE DI TUTTA LA REALTÀ CHE ESISTE: DA CRISTO AL PADRE NELLO SPIRITO SANTO. S. Maria Maddalena De' Pazzi, religiosa carmelitana e mistica, vissuta nella seconda metà del 1500, esprime così l'ESPERIENZA dell'AMORE TRINITARIO: "Questa è l'opera che continuamente fa la Santissima Trinità nelle sue creature: il PADRE ASPIRA in esse, cioè desidera la loro salvezza, il FIGLIO RESPIRA, riposandosi in esse e rendendole gradite a Dio; lo SPIRITO SANTO ISPIRA, ossia le va illuminando perché possano camminare di virtù in virtù". Man mano che l'anima progredisce nel cammino della preghiera, fa un'esperienza sempre PIÙ P ROFONDA e DIRETTA di Dio, perché gradualmente si abbandona allo SPIRITO SANTO, che è SPIRITO DI PIETÀ! È LUI che nell'anima prega il PADRE con la VOCE DEL FIGLIO. Lo Spirito Santo che prega in noi è fonte dell'amore che opera. Così nell'AMORE la vita si fa PREGHIERA e la PREGHIERA si fa VITA. Per concludere, riportiamo un esempio di preghiera "matura" che ha raggiunto le profondità della persona, là dove ogni essere umano incontra Dio e incontra anche pienamente se stesso. O TU che abiti nel profondo del mio cuore, fa che io ti incontri nel profondo del mio cuore. O TU che abiti nel profondo del mio cuore, fammi udire la Tua voce nel profondo del mio cuore. O TU che abiti nel profondo del mio cuore, custodiscimi accanto a Te nel profondo del mio cuore, O TU che abiti nel profondo del mio cuore, PADRE, FIGLIO, SPIRITO SANTO, SORGENTE ETERNA DELLA VITA NELLA COMUNIONE ETERNA DELL AMORE: ogni LODE, ONORE e GLORIA nei secoli dei secoli da tutti coloro che Ti amano e Ti seguono nella VIA DEL RITORNO alla Patria Celeste. Amen
Mosè, tra Aronne e Cur, prega per il suo popolo: la potenza della preghiera ( Es. 17,8-16).
Un giovane, Michele Chinellato, morto di leucemia all'Ospedale di Vicenza il 21 luglio 1986, a ventidue anni di età, ha scritto, in forma di Diario, delle preghiere che rivelano la maturità raggiunta nel Cammino della sua VITA SPIRITUALE. Sono preghiere che riecheggiano la Parola di Dio, i Salmi, di cui si nutre sempre l'anima che si impegna nel Cammino dello Spirito. In questa preghiera, che riportiamo, sgorgata veramente dal cuore, Michele esprime la più consolante delle verità: Dio è il nostro invisibile Amico, che vive sempre con noi. Per questo Egli stesso ha voluto chiamarsi l'EMMANUELE, che significa : IL DIO CON NOI. Nella misura in cui tu ti affidi a Lui mediante la preghiera, che alimenta la fede, percepisci la sua presenza accanto a te "qui" e "ora", ossia in ogni istante ed in ogni situazione della tua vita. Anche per te allora si avvera l'esperienza "trasfigurante" della fede: Per questo Egli stesso ha voluto chiamarsi l'EMMANUELE, che significa : IL DIO CON NOI. Nella misura in cui tu ti affidi a Lui mediante la preghiera, che alimenta la fede, percepisci la sua presenza accanto a te "qui" e "ora", ossia in ogni istante ed in ogni situazione della tua vita. Anche per te allora si avvera l'esperienza "trasfigurante" della fede: nelle prove e nelle sofferenze Lui ti dona Forza, nell'angoscia e nella solitudine Lui ti offre Sicurezza, nel cuore sempre Gioia e Pace e per il futuro la Speranza. Ti sale perciò spontanea dal cuore quella dolce parola: GRAZIE! CON TE ACCANTO, SIGNORE, SONO FELICE. E quando, è sera, mi accorgo, o Signore, che è bello vivere con Te vicino, con Te che accompagni e muovi ogni mio passo. Con Te vicino non avrò più paura e mai smetterò di stupirmi del tuo perdono infinito. Ogni mia speranza, ogni mia gioia è riposta in Te. E' bello, Signore, averti vicino! Sapere che Tu ci sei, anche quando io mi allontano da Te. So che sarai Tu a sollevare il mio capo, chino nella vergogna per non averti obbedito. E' bello, Signore, troppo bello essere dalla tua parte, con Te, per Te, essere in Te, poter scrivere lodi finché la carta è l'inchiostro finisce, finché la mano, stanca di scrivere, non si ferma, per poi riprendere, frenetica, a segnare le parole che passano davanti a me, non come un placido fiume, ma come un turbolento ruscello, torrente di montagna, che con la sua onda scavalca altre onde, sovrapponendosi confusamente, ma ricco di gioia infinita. E' bello, Signore, sapere che tu ci sei.

domenica 25 settembre 2011

Capire la Santa Messa - XIV Appuntamento

Torna l'appuntamento domenicale con la meditazione sul significato della Santa Messa, con gli approfondimenti di padre Leopoldo, Priore Francescano Conventuale della Chiesa di San Francesco di Brescia:
 

CAPIRE LA MESSA
N° 14

CREDO IN UN SOLO DIO
 
La fede del nostro battesimo
 
All’invito del celebrante, ci alziamo in piedi per proclamare la nostra fede. Alzarsi in piedi è segno di resurrezione. noi crediamo che è il Signore che ci dà la vita, ci rialza e ci resuscita. Proclamato la domenica, giorno della resurrezione, il Credo ci collega al nostro Battesimo, a questo giorno al quale siamo morti e resuscitati col Cristo. Prima di essere battezzati, i catecumeni o i genitori dei bambini piccoli proclamano la professione di fede in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. Nella messa domenicale, rinnoviamo la nostra professione di fede battesimale, con la triplice interrogazione della liturgia del Battesimo oppure con uno dei due simboli che sintetizzano tutta la fede della Chiesa. Ci sono infatti due formulazioni del Credo, che noi chiamiamo simboli, secondo il significato antico di questa parola come formula che permette di riconoscere ciò che è condiviso da tutti. Il primo, denominato comunemente Simbolo degli Apostoli, è più breve e risale al III secolo. Il secondo, più elaborato, è un testo dogmatico proveniente dai concili ecumenici di Nicea (325) e di Costantinopoli (381). Questo secondo simbolo comincia con l’affermazione “Credo in solo Dio”: noi crediamo appunto in un solo Dio (e non in tre dei….), il quale è comunione, relazione, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente
 
“Credo in un solo Dio, Padre”. Dio è Padre. Questa intuizione si trova già nell’Antico Testamento e in altre religioni, del resto. Ma è Gesù che ci rivela la vera paternità di Dio e che in Dio c’è una relazione Padre-Figlio. Egli ci trascina in questa filiazione, consentendoci di diventare, alla sua sequela, i figli e le figlie diletti del Padre. Dio ci ama come un padre e come una madre¹.
(¹-Perché così dice il Signore: [….] “sarete portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola il figlio, così io vi consolerò”).
Egli è la fonte, l’origine di ogni amore. In effetti solo il Padre non ha avuto bisogno di essere amato per poter amare, dal momento che noi non possiamo amare, e neppure vivere, se non siamo stati prima amati.
“Padre onnipotente”. Questo termine suona male alle nostre orecchie, evocando un dispotismo, una forza cieca, una dominazione opprimente. Perché non enumerare altri attributi di Dio come, per esempio, la sua bontà, la sua misericordia, e prima di tutto l’amore di cui abbiamo appena parlato? Dobbiamo capire bene questa onnipotenza di Dio: essa è universale, perché Dio ha creato tutto, e amorosa, perché Egli si prende cura di tutti noi. Questa onnipotenza è anche misteriosa, perché passa attraverso l’abbassamento volontario di suo Figlio. In altri termini, essa non si manifesta come ci si aspetterebbe, rispettoso della nostra libertà, Dio non impedisce il male, ma la sua potenza si esprime nella sua capacità di trasformare il male in un bene più grande. “Creatore del cielo e della terra” (Gn 1,1)²
[²-Ciò non vuol dire che il mondo è stato creato esattamente come lo racconta la narrazione poetica della Genesi. Si sono troppo a lungo opposte le scoperte scientifiche, con la teoria dell’evoluzione dal big bang, al racconto biblico. La Bibbia non ci dice come sono il cielo e la terra sono stati creati, ma perché c’è qualcosa piuttosto che niente, e per che cosa, a quale scopo, con quale finalità].
Noi confessiamo che questo mondo nel quale viviamo, con tutta la sua complessità, non è il frutto del caso ma l’opera di Dio. Questo è ciò che gli conferisce il suo significato, la sua grandezza, la sua dignità. Al vertice della creazione egli ha creato l’uomo e la donna, esseri di relazione a sua immagine.
“Di tutte le cose visibili e invisibili”. Questa espressione designa la totalità della creazione, non soltanto il mondo che vediamo, ma anche le realtà invisibili, le creature spirituali, gli angeli che attorniano Dio.

E in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore
 
“Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio”: questa è l’affermazione centrale della nostra fede cristiana; questo uomo, Gesù che ha vissuto in Palestina duemila anni fa, è il Cristo, il Figlio di Dio, e Dio egli stesso. Come potrebbe quest’uomo invitarci a seguirlo, chiederci di preferirlo a tutti gli altri, affermare: “Io sono la via, la verità e la vita” (gv 14, 6) e prometterci la salvezza se non fosse Dio? Eppure questa divinità è stata fortemente contestata già nei primi secoli, praticamente dall’arianesimo³ che ha profondamente diviso la chiesa. Per ristabilire l’unità, l’imperatore Costantino convocò un concilio a Nicea nel 325 che condannò la dottrina di Ario e adottò una prima formulazione della fede cristiana che sarebbe diventata il Credo. Il concilio affermò solennemente la divinità di Cristo: “della stessa natura del Padre”, Egli è “consustanziale” al Padre, cioè della stessa natura divina. Ma la crisi dell’arianesimo continuò nonostante tutto. Essa si risolse con il concilio di Costantinopoli (381), convocato anch’esso da un imperatore (Teodosio). Questo secondo concilio formulò chiaramente la divinità di Cristo quale noi la proclamiamo nel Credo: 
 
[³- Per Ario, prete di Alessandria (280-336), il Verbo non era che una creatura, certamente eccezionale, che Dio avrebbe adottato come suo figlio. Questa dottrina ha sedotto moltissimi cristiani, e anche alcuni vescovi, che pensavano così di ristabilire l’unità di Dio, non riuscendo a concepire che Egli sia nello stesso tempo uno e trino.]
 
“Nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero. Generato, non creato, della stessa sostanza del padre; per mezzo di Lui tutte le cose sono state create”. Come comprendere questa formula? La generazione descrive questa relazione di paternità e di filiazione che c’è in Dio. Ma contrariamente a noi che, al momento della nostra generazione da parte dei nostri genitori, siamo stati creati (perché non esistiamo prima se non nel progetto d’amore di Dio), il Cristo, generato, cioè figlio del Padre, non è stato creato perché egli è Dio ed esisteva presso il Padre da sempre. “Per noi uomini, e per la nostra salvezza, discese dal cielo”. Vero Dio, il Figlio si è incarnato ed è divenuto vero uomo. E’ per noi che il Cristo si è fatto uomo, per salvarci, per farci partecipe alla sua vita divina”. E per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”. Anche questa è una confessione essenziale della nostra fede. Se Gesù non fosse stato concepito di Spirito Santo, come attestano le Scritture, Egli non sarebbe Dio. “Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto” Gesù fa liberamente dono della sua vita per ciascuno di noi. Come disse un antico concilio (nell’853): “Non c’è, non c’è stato e non ci sarà alcun uomo per il quale Cristo non abbia sofferto”. Il Simbolo degli Apostoli aggiunge che il Cristo è sceso agli inferi”. Che cosa vuol dire questa espressione? Il Cristo è andato all’inferno? Nella Bibbia , come presso i greci, gli inferi designano il soggiorno dei morti, lo sheol o l’ade. Gesù, veramente morto, vi è disceso ma come Salvatore, al fine di liberare tutti i giusti che attendevano il loro liberatore. “Il terzo giorno è resuscitato, secondo le scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre”. La resurrezione è il cuore della nostra fede cristiana. Se il Cristo non è resuscitato, dirà S. Paolo, la nostra fede non vale niente e “noi siamo i più infelici di tutti gli uomini”, e di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti; e il suo regno non avrà fine”. Questa è la parusia – parola che significa presenza o arrivo – di Cristo del quale noi attendiamo il ritorno, come cantiamo nell’anamsi: “attendiamo il tuo ritorno nella gloria”.

Credo nello Spirito Santo
 
Nella terza parte del Credo, affermiamo la nostra fede nello Spirito Santo che è all’opera nella chiesa. Nei primi secoli del cristianesimo, anche la divinità dello Spirito Santo è stata messa in discussione. Una dottrina scettica insinuava che non sarebbe di fatto che una creatura di Dio, un angelo migliorato. Le risposte teologiche di S. Basilio di Cesarea e di S. Gregorio di Nazianzo hanno permesso l’elaborazione del Credo di Nicea-Costantinopoli. “credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita”. Noi confessiamo che lo Spirito è Santo per natura. E’ Signore allo stesso titolo del Padre e del Figlio. Egli comunica la vita divina. Con questa professione di fede, noi riconosciamo la divinità dello Spirito Santo. “E procede dal Padre e dal Figlio”. E’ lo Spirito del Padre e del Figlio, la personificazione dell’amore del Padre e del Figlio; in altri termini, è l’amore reciproco del padre e del Figlio che fa “procedere” lo Spirito d’amore. E’ un po’ come una coppia che potrebbe parlare del suo amore che è nato in tale circostanza, che è cresciuto ed è sbocciato, come se fosse una persona. “Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato”. Partecipando della medesima divinità, lo Spirito Santo è glorificato e adorato come il Padre e il Figlio. “E ha parlato per mezzo dei profeti”. Lo Spirito Santo non parla direttamente, ma fa parlare, ispira i profeti e i santi di ogni epoca. Ancor oggi, Egli abita nei nostri cuori, nel più intimo di noi stessi, ci unisce a Cristo e ci conduce al Padre.

“Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica”
 
Pensiamo veramente ciò che proclamiamo? Diciamo che la Chiesa è una, e tuttavia essa è profondamente divisa. Affermiamo che essa è santa, ma non è ciò che dicono i giornali. Proclamiamo che essa è cattolica; e allora come guardare ai nostri fratelli ortodossi e protestanti…..; crediamo infine che essa è apostolica; ma cosa significa questa definizione? Questo è il paradosso della Chiesa: essa è nello stesso tempo santa e peccatrice, tutta spirituale e talmente umana. Da un lato, essa è santa e pura, perché nata nel cuore del Padre, istituita dal cristo e animata dallo Spirito Santo. Nello stesso tempo, la Chiesa non è perfetta, perché composta di uomini e di donne peccatori (come noi) che le danno un aspetto che non è sempre splendente….. Si sognerebbe una Chiesa senza difetti. Ma noi avremmo ancora un nostro posto in Chiesa formata unicamente da persone “perfette”? la Chiesa è l’assemblea dei peccatori chiamati alla santità. “La chiesa è una”, perché è il corpo di Cristo che non può essere diviso. Unità non vuol dire uniformità. A immagine della Trinità è una nelle diversità delle tre Persone, la chiesa vive della grande diversità di popoli, di culture, di spiritualità. “La grande ricchezza di questa diversità non si oppone all’unità della Chiesa. Tuttavia, il peccato e il peso delle sue conseguenze minacciano senza sosta il dono dell’unità”. E’ per questo che è necessario progredire verso l’unità secondo il desiderio di Cristo: “Tutti siano uan sola cosa” (Gv 17,21). “la Chiesa è santa”. Essa è unita a Cristo Santo che la santifica. Il suo scopo è di condurre tutti i suoi membri alla santità. Maria, la tutta Santa, è il prototipo della Chiesa che ha già raggiunto la perfezione. “La Chiesa è cattolica”. Cattolico significa “universale” nel senso di “secondo la totalità” o “secondo l’integralità”! la Chiesa è cattolica perché in essa è presente il Cristo, e perché il Cristo la invia in missione a tutti i popoli: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). “La Chiesa è apostolica”, perché è fondata sugli apostoli, testimoni scelti e inviati dal cristo stesso. Essa custodisce e trasmette l’insegnamento e le parole intese dagli apostoli, e continua ad essere ammaestrata, santificata e governata dai successori degli apostoli che sono i vescovi, assistiti dai presbiteri, in unione con il Papa, successore di Pietro. “credo nella comunione dei santi”. La Chiesa non è soltanto il popolo di Dio “in cammino” sulla terra: essa è formata anche da tutti coloro che ci hanno preceduto, dai beati del cielo che intercedono per noi e dai defunti che sono nella grande Purificazione e per i quali noi preghiamo. Siamo in profonda comunione gli uni con gli altri.

“Credo la resurrezione della carne e la vita eterna”

“Professo un solo Battesimo per il perdono dei peccati”. Il Battesimo è il primo e principale Sacramento del perdono dei peccati, perché ci unisce a Cristo morto per i nostri peccati, risorto per la nostra purificazione, affinché “anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Ma noi sappiamo che continuiamo a peccare dopo il Battesimo. Il Cristo ha conferito ai suoi Apostoli il suo stesso potere divino di perdonare i peccati! Noi crediamo alla “remissione dei peccati”, al sacramento della riconciliazione che ci permette di ricevere efficacemente il perdono di Dio inaugurato per noi il giorno del nostro Battesimo. “Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”. Nel Simbolo degli Apostoli, precisiamo che noi crediamo “alla resurrezione della carne”, cioè che i nostri corpi riprenderanno vita. State tranquilli, questi saranno dei “corpi gloriosi”: saranno sempre i nostri, ma non sfigurati dalla vecchiaia, dalla disabilità, dalla malattia. A immagine del Cristo risorto: era proprio Lui con il suo corpo, ma si faceva fatica a riconoscerlo, e le porte chiuse a chiave non gli impedivano di raggiungere i suoi discepoli (Gv 20,19). Resuscitati, noi entriamo nella “vita eterna”. La vita eterna ci farà partecipe alla vita stessa di Dio ed entrare nello scambio amoroso delle tre persone divine. “L’eternità è lunga, soprattutto verso la fine….”, diceva un umorista. Anche in così buona compagnia, non si rischia di stancarsi, di trovare il tempo un po’ lungo come in una liturgia che non finisce più? Non dimentichiamo che, nella vita eterna, noi non saremo più nel tempo, non subiremo più il tempo che passa, ma saremo nell’eternità di Dio. L’eternità è come uno stupore che non finisce mai.

giovedì 22 settembre 2011

Itinerari di fede - X appuntamento

Torniamo a meditare attraverso il nuovo percorso ricco di diversi itinerari, sempre scritti dalla mano di padre Leopoldo, Priore Francescano Conventuale della Chiesa di San Francesco di Brescia (ringraziamo sempre Enza per l'opera non facile di trascrizione), concernenti ora la vita spirituale:

LA VITA SPIRITUALE (PARTE PRIMA)

Penso che nulla affascini tanto l'uomo mentre vive sulla terra quanto il MISTERO. E quando si dice MISTERO, si dice DIO. L'uomo si sente immerso nel Mistero ed è potentemente attratto dal Mistero, il quale non si può ridurre negativamente ad una VERITÀ che mai potremo comprendere. È, in positivo, la Verità che non finiremo mai di scoprire. È la VITA; SORGENTE di ogni vita, nella quale mai finiremo di immergerci... Il salmo lo esprime in maniera insuperabile: " È in TE la sorgente della vita, nella Tua Luce vediamo la luce" (Sal. 15,10)
Veramente Dio ha creato l'uomo come "Sua Immagine e Somiglianza Vivente", imprimendo in lui indelebilmente lo "stampo" di Se Stesso. Tutte le sue facoltà (intelligenza, volontà, cuore, coscienza) sono orientate a Dio e solo in Lui raggiungono il loro compimento e si sentono pienamente appagate. S. Agostino lo ha espresso magistralmente: "Signore, TU ci hai fatto per TE, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in TE”. Ogni essere umano ricerca in ogni istante come fine della propria vita una cosa sola: la Felicità.
 
DIO È FELICITA', BEATITUDINE PIENA ED ETERNA Per conseguenza, l'uomo si realizza nella misura in cui si lascia attrarre da Dio. Perciò mi ha sempre affascinato la VITA SPIRITUALE: perché essa risponde a quella "NOSTALGIA DI DIO", che cova nel cuore umano come un braciere vivo sotto la cenere, tracciandoci l'itinerario per entrare gradualmente in comunione con LUI. Senza questa premessa, non è possibile capire tutto ciò che andremo dicendo sulla Vita Spirituale nelle riflessioni che settimanalmente vi proporrò.
"Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, Io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap. 3,20). LA VITA SPIRITUALE ci aiuta ad aprire questa porta...
Preziose sono le indicazioni che ci vengono da un "mistico" indiano: "Non affannarti a cercare Dio: non ha indirizzo, non ci sono mappe o cammini che conducono a Dio. Nessuno mai arriva a Dio, ma è Dio stesso che quando tu sei pronto, ossia quando sei completamente recettivo, bussa alla tua porta. È Lui che viene a cercarti". (B.S. Rajneesh).Tu sei completamente recettivo quando ti accogli come dono e, nella piena verità del tuo essere creaturale, spalanchi la mente e il cuore al MISTERO, che ti penetra e ti circonda...
• Le affermazioni sono sempre suffragate dalla BIBBIA, che è la SORGENTE INESAURIBILE della VERITÀ RIVELATA, dalla vita dei Santi e dall'esperienza di Maestri nel Cammino dello Spirito.
• Per leggerlo proficuamente, bisogna rientrare in se stessi, disporsi in un clima di silenzio che si apre all'ascolto, al confronto, alla preghiera.
Dobbiamo tenere sempre presente, però, che le VISI¬TE DI DIO sono IMPRE-VEDIBILI e GRATUITE. Non dipendono dai nostri meriti, ma ci vengono concesse soltanto per Grazia dallo Spirito Santo.
"Quando tu cerchi la VERITÀ è Dio che cerca te". "Tu mi hai fatto senza fine, secondo il tuo piacere. Tu vuoti e rivuoti questo fragile vaso, e sempre lo colmi di novella vita. Per monte e per piano hai portato con Te questo piccolo flauto di canna, e sempre vi spiri melodie eternamente nuove. Quando mi sfiorano le tue mani immortali, il mio piccolo cuore si smarrisce dalla gioia e ne sgorgano parole ineffabili.
Passano le età: Tu continui a versare e sempre c 'è da riempire. Su queste mie piccole mani piovono i tuoi doni infiniti. Quando mi comandi di cantare, il mio cuore par che soffochi dall'orgoglio; guardo il tuo viso e mi vengono le lacrime agli occhi. Tutto quel che vi è di aspro e di discorde nella mia vita, si fonde in un'unica, dolcissima armonia: e la mia adorazione apre le ali come fa l'uccello felice quando traversa a volo il mare". (Tagore).
“Tu eri dentro di me e io ti cercavo fuori” (S. Agostino, Le Confessioni)
La forza propulsiva della nave è "nascosta", sommersa nell'acqua. La carica vitale che irradia tutte le tue azioni, che dà valore e senso a tutta la tua vita, esce dal tuo cuore ed è la tua INTERIORITA '. Perciò custodiscila e coltivala.
La scoperta "folgorante" di Dio, che senza dubbio è la scoperta più esaltante nella vita di una persona, ha fatto capire a S. Agostino che la VIA per incontrarlo PASSA PER IL CUORE, meglio dire: E' DENTRO IL CUORE. Un mistico orientale definisce così il "CUORE": "La sorgente vitale, oscura e profonda, da cui scaturisce tutta la vita psichica e spirituale dell'uomo e attraverso la quale l'uomo si avvicina e comunica con la Sorgente stessa della vita" (E. Bhr-Sigel).
Dio lo potrai trovare al di fuori di te soltanto dopo ti sei disposto ad incontrarlo in te, perché tu sei il suo TEMPIO VIVENTE. Il grande maestro di vita spirituale e grande mistico S. Bernardo te lo esprime con grande forza. "Dovunque ti trovi, prega dentro di te. Se ti trovi distante dalla Chiesa, non andare lontano alla ricerca di un luogo di preghiera, perché tu stesso sei quel luogo. In qualunque posto tu sei, prega perché lì è il tuo tempio e il tuo Dio"...
Il primo che te lo dice, però, e te lo dice come Lui solo sa dirtelo, è Gesù. "Tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà" (Mt. 6,6). La CAME-RA, che ti isola in un rapporto personale con il Dio Vivente, è il tuo CUORE. Non c'è luogo, neanche la Chiesa, che possa metterti in comunicazione con Dio, se tu lo tieni lontano dalla tua mente e dal tuo cuore. Quando si dice VITA SPIRITUALE, si dice, dunque, VITA INTERIORE. Ogni persona fa l'esperienza che la propria vita ha due dimensioni nettamente diverse: la dimensione DENTRO DI SE'=VITA IN PRO-FONDITÀ; la dimensione FUORI DI SE'=VITA IN SUPERFICIE.
 
La VITA FUORI DI SE' o VITA ESTERIORE è fatta di calcolo, di pensiero, di efficientismo, di distrazione verso le mille cose che attirano. La VITA DENTRO DI SE' o VITA INTERIORE viene, invece, "costruita" da ciascuno secondo le qualità dei rapporti, delle scelte, delle motivazioni e degli orientamenti che dà alla propria esistenza, in ordine a quello che percepisce come il BENE SUPREMO. Questo si riassume in una sola parola: AMORE. "Dimmi Chi o che cosa ami e ti dirò chi sei" (S. Agostino)

 La VITA SPIRITUALE non può crescere e svilupparsi senza l'impegno, la volontà e la ricerca di Dio. I mezzi per coltivare la VITA SPIRITUALE sono la riflessione, la meditazione, la preghiera, l'esame di coscienza, il confronto costante con la PAROLA di DIO. L'uomo, però, con le sue sole forze, non può raggiungere il traguardo della VITA SPIRITUALE, che è la comunione piena con Dio. Ha bisogno della GRAZIA DIVINA, che gli viene donata dal Padre in CRISTO, suo Figlio, mediante i Sacramenti della Chiesa. In una parabola del Vangelo Gesù ci parla del TESORO NASCOSTO. In questo possiamo raffigurare la VITA SPIRITUALE. Come il tesoro è ben sotterrato nel campo, così Dio - IL VERO TESORO DELLA TUA VITA - si cela nel più intimo del tuo cuore, sempre in attesa che tu voglia affacciarti fino a quelle profondità. Ti attende per incontrarti lì. Se tu non vendi quello che possiedi, ossia se non ti spogli del tuo egoismo e non "scavi" in te stesso, non troverai il TESORO. Un'altra immagine: la VITA SPIRITUALE è come la radice della pianta: non si vede, ma è la parte più necessaria. Come la radice attinge dal terreno sempre linfa nuova per nutrire la vita della pianta, così la persona attinge dal cuore la linfa che rinnova tutto il suo essere. Nel suo sviluppo la VITA SPIRITUALE segue il dinamismo della crescita umana, che tende progressivamente alla sua maturazione. Possiamo sintetizzare questo processo in tre principi:
 
1. DI INTERIORIZZAZIONE: l'uomo, nel Cammino Spirituale, con il passare degli anni, si fa sempre più riflessivo. Anche se attratto dal mondo che lo circonda, dà sempre meno ascolto alle parole che gli giungono dall'esterno, mentre ascolta sempre più i messaggi che gli giungono dal di dentro. Tende, cioè, ad interiorizzare e unificare la propria vita. In questo itinerario, la Parola di Dio diventa il suo costante punto di riferimento: "Lampada per i miei passi è la tua Parola, Luce sul mio cammino" (Sal. 119,05).
 
2.DI SPOGLIAZIONE: il veloce alternarsi delle stagioni, lo scorrere implacabile del tempo, tolgono gradualmente all'uomo le sue false sicurezze, la sua prestanza fisica, l'influsso sociale. Quando la morte si fa più vicina della nascita, le prove dell'esistenza fanno sentire all'uomo che è "un soffio" che passa: "L'uomo è come un soffio che va e non ritorna" (Sal. 77,39)... Avverte sempre più acutamente la sua precarietà e fugacità in questo mondo, che lo sta portando verso la sua spogliazione totale e radicale. "Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò" (Gb. 1,21).
 
3. DI ESSENZIALITÀ: il passeggero e il caduco fanno sempre meno presa su di lui. Aderisce sempre più alle cose che non deludono e che non tramontano. Egli tende a trattenere soltanto ciò che ha sapore di eternità, perché si rende conto con S. Paolo che:" Le cose VISIBILI sono DI UN MOMENTO, quelle INVISIBILI sono ETERNE" (2 Cor. 4,18)
 
La VITA SPIRITUALE infatti si proietta come DIMENSIONE DEFINITIVA OLTRE LA MORTE e dà perpetuità e stabilità all'Edificio Interiore. La MORTE, vista in questa prospettiva, diventa la VERA NASCITA dell'uomo. Mentre la VITA FISICA è sottoposta ad un progressivo ed inevitabile disfacimento, la VITA SPIRITUALE cresce di giorno in giorno. A conclusione di questo tema così essenziale per orientare e dare senso alla nostra vita "sempre in fuga", non possiamo non sottolineare il valore del SILENZIO, condizione indispensabile per poter percepire la PRESENZA di Dio Siediti ai bordi del SILENZIO, Dio ti parlerà ". "Le anime si pesano nel SILENZIO come l'oro e l'argento si pesano nell'acqua pura e le parole che pronunciamo non hanno peso che grazie al SILENZIO in cui sono immerse" (Maurice Maeterlinck).
Solo nel SILENZIO la verità di ciascuno si ricompone, mette radici. Solo nel SILENZIO la preghiera" rigenera" l'uomo, lo guarisce dalla propria colpa. Il Maestro sommo della VITA SPIRITUALE, S. Giovanni della Croce, nella pagina stupenda che riportiamo, ci mostra, come il SILENZIO è il "custode" di tutte le virtù, lo scrigno prezioso che "protegge" la VITA SPIRITUALE nel suo sviluppo.
 
"Tacere di sé è UMILTÀ tacere i difetti altrui è CARITÀ tacere parole inutili è PENITENZA tacere a tempo e a luogo è PRUDENZA: tacere nel dolore è EROISMO. Saper parlare è un vanto di molti Saper tacere è una SAGGEZZA di pochi saper ascoltare una GENEROSITÀ di pochissimi.