"La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture non mancando mai, soprattutto nella liturgia, di nutrirsi del pane della vita, sia della Parola di Dio, sia del Corpo di Cristo". (Concilio Vaticano II)

giovedì 7 luglio 2011

Itinerari di fede - II appuntamento

Torniamo a meditare attraverso il nuovo percorso ricco di diversi itinerari, sempre scritti dalla mano di padre Leopoldo, Priore Francescano Conventuale della Chiesa di San Francesco di Brescia (ringraziamo sempre Enza per l'opera non facile di trascrizione): 

                                                                       
            ITINERARI 
La pace del cuore

Epoca d’inquietudine questa, d’ansie e paure. La ricerca e la custodia della pace del cuore rappresentano quel traguardo che le nostre vite di corsa ed alla ricerca di senso, pur senza saperlo, tentano di raggiungere. Queste note non sono che l’indicazione di un cammino che acquisterà senso passo dopo passo, percorrendolo mano nella mano con il Cristo. Come in altre situazioni qui, ancora di più vale quanto Egli stesso disse “Senza di me non potete fare nulla”. Lui solo è la pace vera, il riposo del nostro andare e del nostro cercare. Trovandolo Lui la sua pace “dimorerà nei nostri cuori”.

Innanzitutto è necessario dire che la pace del cuore è frutto di una lotta, di una fatica, non si può pensare di acquisirla o riceverla senza percorrere un cammino. Ciò per una ragione molto semplice e nello stesso tempo drammatica: il male vi si oppone con forza e decisione perché Dio “dimora nella pace ed è nella pace che opera grandi cose” (Lorenzo Scupoli). E’ l’esperienza che ha fatto Gesù per primo – dalle tentazioni nel deserto sino alla croce – e che i santi hanno vissuto altrettanto duramente sulla loro pelle. Ciò, però non deve spaventare, perché Cristo ha vinto peccato e morte, ha vinto il male ed il Demonio. Vediamo allora alcuni “accorgimenti” per smascherare la tentazione e progredire verso l’approdo.

Cominciare…..

Spesso nella nostra vita cristiana accade che sbagliamo combattimento, che male orientiamo i nostri sforzi. Ci troviamo a combattere si di un terreno in cui il male ci ha condotto e sul quale può vincere e non là dove il combattimento è possibile con l’aiuto di Dio e dove, per questo, siamo sicuri di poter vincere. Il primo passo, dunque, è capire dove condurre la lotta, contro cosa è saggio combattere e dove orientare i nostri sforzi.
Il primo grande inganno su cui è necessario fare chiarezza è che il traguardo da raggiungere non è la perfezione, il non avere difetti o limiti, il non cadere mai, il non avere debolezze. Se combattessimo in questo orizzonte è certo che saremmo sconfitti ed ogni caduta, ogni peccato, ogni errore ci condurrebbe, immancabilmente, allo scoramento, alla delusione, ed alla fine all’abbandono della lotta. Il Signore conosce perfettamente le nostre debolezze e le nostre fatiche, il nostro limite Lui che si è fatto uomo e medico dell’uomo.
La vera lotta spirituale, invece, consiste nel non abbattersi, demoralizzarsi, turbarsi nel constatare la nostra debolezza ed il nostro errore. Perché è proprio quando sono debole che sono forte, bisogna dunque approfittare delle cadute per rialzarsi il più velocemente possibile.
Il primo obbiettivo della lotta spirituale è imparare a custodire il proprio cuore nella pace in tutte le circostanza, anche in caso di sconfitta.

Ragioni per cui si perde la pace del cuore

Il primo “campo di battaglia”, il luogo dove più facilmente si perde la pace del cuore è il pensiero, i pensieri. Ci scopriamo spesso ad opporre pensieri cattivi a pensieri buoni che ci aiutino a rasserenarci. Il punto di partenza indispensabile su questo fronte è questo: tutte le ragioni che ci fanno perdere la pace del cuore sono cattive ragioni. Questa certezza non proviene dall’esperienza umana, mondana, ma dalla fede in Colui che ci ha promesso che, laddove ci preoccupassimo del Regno di Dio, sarà Dio stesso a preoccuparsi di noi. Cercare, e anche eventualmente trovare, la pace così come la dà il mondo non è né duraturo né saldo. E’ un pace effimera che presto o tardi crolla (sicurezze economiche, affettive, sociali, di compromesso).

Là dove la pace abita

La pace interiore, al di là di qualunque accorgimento o tecnica deriva principalmente da un unico fattore: l’atteggiamento che abbiamo nei confronti di Dio. L’uomo che si oppone al dono di Dio, al suo amore, al suo desiderio di avere una relazione non avrà mai pace del cuore. Al contrario chi cerca Dio, cerca di portare altri a Lui, di testimoniarlo con la vita e con la parola è aperto al dono della pace. A queste due opposte situazioni corrisponde un antitetico atteggiamento da parte del Demonio. In Colui che è lontano da Dio vicino, sarà indotto in agitazione, in stati che portano alla perdita della pace: false paure, scrupoli etc. Dio, instillerà una falsa pace, una apparente tranquillità. Al contrario chi al Signore è vicino, desidera essergli invece, conferma nella pace quanti si sono avvicinati al suo cuore e dona una sana inquietudine a coloro che ne sono lontani.
L’atteggiamento corretto, dunque, è quello dell’uomo di buona volontà che mantiene il suo animo stabile nell’amore a Dio. La conditio sine qua non per avere e mantenere la pace del cuore è l’abituale determinazione a dire sì a Dio in ogni circostanza. Ciò si traduce nell’allontanarsi da quanto ci allontana da Dio e nell’essere santamente inquieti nella tensione a corrispondere all’amore di Dio riconoscendone i segni. Questo è quanto Dio domanda: questo desiderio, questa tensione a Lui, al Suo amore. Non la realizzazione, ma la continua tensione verso, lo sguardo verso quell’orizzonte.

Reagire a quanto ci fa perdere la pace.

a.     Non fiducia in Dio. Solitamente la pace si perde guardando al futuro: timore di perdere o non raggiungere qualche cosa o determinate situazioni di vita nostre o di coloro che amiamo, paura di non liberarsi mai da un pesante o faticoso passato o presente. Il vangelo di Matteo ci ricorda che: “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà” dicendoci così che il modo certo per perdere la pace del cuore è la preoccupazione di “assicurare” la vita con le sole forze umane. Questo accade, principalmente, perché non si ha reale fiducia in Dio, nella possibilità che Egli intervenga nella concreta vita di tutti i giorni e che il futuro particolare di ognuno non gli interessi o, peggio, non gli appartenga. Questa sfiducia è poi mascherata con un falso atteggiamento di maturità, capacità di assumere responsabilità, orgoglioso isolamento. Eppure un bambino non agisce così e non dubita mai del Padre. A motivo di un falso “dolorismo” e di un errata comprensione della croce di Cristo dubitiamo che Dio davvero ci possa rendere felici già qui ed ora. Questa diffidenza è la traccia del peccato originale, ci accomuna tutti sino a farci dire o Io o Dio così come disse Adamo. Questo avviene, nella maggioranza dei casi, perché non siamo capaci di vedere Dio all’opera intorno a noi, nella nostra vita e ciò si verifica perché ribaltiamo l’ordine logico e teologico del nostro pensare ed agire. Desideriamo credere solo dopo aver visto. Il modo di agire e di pensare di Dio è, invece, opposto. Prima è necessario credere e poi si sperimenta la Provvidenza di Dio. Così i miracoli che Gesù ha fatto, così la vita dei santi: “Dio dona nella misura che noi attendiamo da Lui” scriveva S. Giovanni della Croce. Non credendo nella Provvidenza di Dio non se ne fa esperienza e non facendone esperienza non si crede. Abbandonandosi a Dio, invece, si scoprirà che Egli è molto più generoso delle nostre stesse aspettative!

b.     Paura della sofferenza. Abbandonarsi a Dio non significa non soffrire. Gesù ha mostrato con la sua vita, non solo con la morte di Croce, che la sofferenza talora è necessaria, e quindi permessa da Dio. Tuttavia, come ricorda S. Teresa di Gesù Bambino, Dio non permette mai delle sofferenze inutili.
Come reagire a questi e agli altri possibili fattori che nell’esperienza della vita ci fanno perdere la pace? Con uno sguardo su Cristo contemplativo. Esso è uno sguardo di fede e di amore su Gesù, senza troppe speculazioni intellettuali o ragionamenti né calcoli. Lo sguardo meravigliato ed amoroso del bambino. Con la frequentazione a Lui ed alla sua parola, piano piano, abiterò il nostro cuore e nello Spirito dona quelle certezze che fugano paure ed ansie. Non si tratta di un processo psicologico ma di amore che abita il cuore amando. Evidentemente tanto più il cuore è ingombro di altro tanto meno può essere abitato dallo Spirito. Ciò che non abbandoneremo – in senso spirituale, prima ancora che reale – continuerà a renderci inquieti. E’ necessario lasciare tutto non per tutto perdere ma affinché Dio gestisca il necessario. E’ infatti una delle tentazioni peggiori quella di pensare che Dio chieda per distruggere o togliere o prendere per sempre. La disponibilità che Dio chiede non è mai per la morte, ma per la vita. Se qualche cosa effettivamente sarà tolto sarà la cellula cancerosa, anche se tale non sembrava, ma che avrebbe alla lunga fatto ammalare ed ucciso tutto il corpo. E quando questo dovesse accadere, in un sereno abbandono al Signore, Egli non farà mancare la forza necessaria al distacco. L’abbandono, in ogni caso, non è facile né naturale, è una grazia che deve essere chiesta a Dio che non la rifiuterà perché, certamente, essa è nel suo desiderio. Chiedere, dunque, con la fede di essere ascoltati e la perseveranza di chi sa che i tempi del Signore non sono i nostri.

c.     Mi manca qualche cosa. Una tentazione in questa fase si insinua facilmente: quella di pensare che ci manchi qualche cosa ora, nel nostro oggi, e che questo qualcosa non possa che bloccarci. E’, appunto, una tentazione. Ogni momento abbiamo l’essenziale per crescere nella fede e spiritualmente. Se questo non ci è evidente la causa, molto probabilmente è dal cercare nel nostro guardare. L’essere centrati su se stessi, molto banalmente, è ciò che impedisce di essere centrati altrove, in Dio.
d.     La sofferenza di chi amiamo. Essa ci turba, sentiamo spesso impotenza nei confronti del male, fisico o spirituale, che assale i nostri cari. Il nodo da risolvere, in questi casi, è quale sia l’amore che proviamo per loro, se esso viene da Dio oppure no e, quindi, finisce per non essere amore. Se la sofferenza di cui parliamo è tale da farci perdere la pace del cuore ciò significa che il nostro amore non è ancora del tutto fondato in Dio. Ciò che vale per noi, infatti, vale anche per coloro che amiamo. La compassione, per essere autentica, deve essere radicata nell’amore (volere il bene secondo il cuore di Dio), altrimenti è radicata nel timore (avere paura della sofferenza in sé, di perdere qualche cosa o qualcuno). La preghiera, in questo caso, non è l’ultima possibilità, è il primo bene da cercare ed in cui perseverare. La vera compassione è, prima di tutto, comunicazione di pace che fonda la speranza e dona la serenità.
e.     I difetti degli altri. Senza dolcezza e tranquillità coloro che sono intorno a noi, a maggior ragione se limitati, non progrediranno mai. Solo lo Spirito è capace di condurre al Bene chi vi è lontano e lo Spirito non abita chi si adira e perde la pace a motivo delle mancanze altrui. Il buon proposito e la buona fede, in questi casi, non coprono alcunché, anzi sono abili maschere con cui il Male vanifica ogni sforzo. Più genericamente possiamo dire che un desiderio, che pare in sé eccellente, se ci fa perdere la pace non viene da Dio. Dobbiamo desiderare qualsiasi cosa, anche la conversione di altri, in modo tale che la mancata realizzazione di questo desiderio non ci faccia perdere la pace. Giova qui ricordare che la pace del cuore non è affatto quietismo ma la fiducia che, alla fine, Dio è Signore di tutto e tutto lui conduce. Di qui nasce l’esigenza di essere pazienti, sia con se stessi sia, soprattutto, con l’altro e gli altri da noi. Dio ama tanto me quanto quelle situazioni e persone che mi sono care e, dunque, perché volere anticipare i suoi tempi? Spesso ciò accade perché manchiamo di fiducia e, sottilmente, pensiamo di saperne più di lui. La verità è l’esatto opposto!
f.      Il peccato, gli scrupoli. Un criterio molto importante per guardare serenamente a se stessi è che non tutte le critiche mosse dalla nostra coscienza vengono dallo Spirito. Spesso hanno altra origine: orgoglio, vanagloria, erronea rappresentazione di se stessi e del bene. Di fronte al peccato ciò che è più grave non è il fatto in sé, l’azione o l’omissione, ma l’abbattimento che ne deriva. E’ cresciuto spiritualmente non chi non pecca più ma chi si rialza subito dopo averlo fatto! In questi casi non ci si deve auto-punire stando lontani da Dio, ma è l’esatto opposto quanto si deve fare. Cercare subito la pace del cuore facendolo riposare in Dio Amore.

Le decisioni da prendere. Vi sono dei casi in cui la volontà di Dio è espressa, altri in cui – le decisioni di minor conto – non lo è così chiaramente o non lo è affatto. Facilmente si perde la pace nel desiderio di “fare la volontà di Dio”. Egli ci ha lasciati e ci lascia liberi, dunque non dobbiamo semplicemente fare quanto ci dice ma liberamente fare cercando la Sua volontà. Questo fa di noi persone libere ma non autosufficienti. E’ importante il consiglio di altri, lo studio delle situazioni, la pazienza nell’attendere i risultati, la perseveranza nella ricerca. Questa è, prima di tutto, la volontà di Dio, il metodo che Dio desidera per chiunque. Scriveva suor Fuastina Kowalska che, una volta fatto tutto quanto si è detto con onestà che se l’indecisione permane: “[…] qualunque cosa io faccia andrà bene, visto che ho l’intenzione di fare del mio meglio”. Dobbiamo accettare di poter sbagliare, e farlo ogni tanto non di proposito ovviamente, ci rende umili di fronte agli altri e ci ricorda che senza Dio non possiamo fare nulla, che senza di Lui il raccolto va disperso. Una classica tentazione del Maligno è quella di farci perseguire imprese belle e nobili ma totalmente fuori della nostra portata. Ciò allo scopo di scoraggiarci e di farci perdere la pace del cuore e la perseveranza nelle piccole imprese buone che quotidianamente portiamo avanti. La tentazione del non fare abbastanza per Dio o che quello che facciamo non lo facciamo per Lui è sempre in agguato: per smascherarla è sufficiente verificare se questi pensieri ci fanno perdere o no la pace del cuore.

Regole d’oro.
E’ perfetto colui che ama di più, non chi è perfetto! Saremo santi quando le nostre imperfezioni, incapacità e limiti saranno fonte di gioia e serenità nella fiducia e nell’abbraccio della misericordia di Dio.
Se non sei capace o non puoi grandi cose non ti scoraggiare, sei certamente capace di piccole ed è in quel poco che il Signore valuterà e premierà la tua fedeltà. La pace con cui porterai avanti la tua quotidianità, con costanza ed amore, sarà il luogo dove il Signore ti incontrerà: ci ricorda S. Paolo, l’apostolo, il missionario, il sanguigno persecutore dei cristiani e poi lo zelante testimone del Cristo risorto sino agli estremi confini della terra che non bisogna angustiarsi per nulla ma esporre a Dio le nostre richieste con preghiere, suppliche e canti e ringraziamenti e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori ed i vostri pensieri in Cristo Gesù (Lettera ai Filippesi 4, 6-7)


domenica 3 luglio 2011

Capire la Santa Messa - III Appuntamento

Torna l'appuntamento domenicale con la meditazione sul significato della Santa Messa, con gli approfondimenti di padre Leopoldo, Priore Francescano Conventuale della Chiesa di San Francesco di Brescia:


3a PARTE

LA PROCESSIONE E IL CANTO D’INGRESSO

La messa comincia con una processione d’ingresso accompagnata da un canto.

LA PROCESSIONE D’INGRESSO

Che sia solenne, risalendo dal fondo della chiesa con dei ministranti che portano la croce, l’incenso e le candele, oppure che sia molto sobria, la processione d’ingresso ha un significato magnifico: l’assemblea accoglie il Cristo stesso, rappresentato dal celebrante.
Per sottolineare l’importanza di ciò che si sta vivendo, essa si alza e canta. Ritorneremo sul prossimo capitolo su questa processione, così come sulle vesti e sui colori liturgici.
Soffermiamoci ora sull’«azione» dell’assemblea durante questa processione: essa canta.

IL CANTO D’INGRESSO

Il canto d’ingresso ha una triplice funzione.
1. Permettere di entrare nella preghiera e di manifestare l’unione dell’assemblea.
2. «Dà colore» a ciò che stiamo per vivere, ci introduce nel tempo liturgico, nella festa del giorno o nel tema delle letture bibliche.
3. Più profondamente ancora, mette in risalto la gioia della chiesa, sposa, che accoglie il suo sposo, il Cristo.

1. Il canto d’ingresso concretizza l’unione dell’assemblea
Ci siamo riuniti in chiesa per partecipare alla messa. Entrando, abbiamo forse potuto accoglierci gli uni gli altri, salutarci, perfino scambiarci qualche notizia. Bisogna ancora che l’assemblea che noi formiamo adesso «prenda corpo». E’ questo il compito del canto d’ingresso. Anche se non siamo dei virtuosi, potremo unire le nostre voci, questo strumento che noi tutti abbiamo ricevuto. Il canto d’ingresso è un atto liturgico al quale ciascuno si associa per formare l’assemblea eucaristica. Veniamo da orizzonti differenti, ed ecco che cantiamo insieme le stesse parole sulle medesime note e allo stesso ritmo. Non è un simbolo della nostra riunione comunitaria?
2. Il canto d’ingresso dà colore al giorno.
Il canto ci introduce alla specificità di ciò che celebriamo. Sarà scelto in funzione della festa celebrata, del tempo liturgico (i tempi liturgici ci permettono di prepararci alle grandi feste di Natale e di Pasqua, e poi di viverne la gioia profonda nei giorni seguenti. Così, l’anno liturgico comincia con l’Avvento (da tre o quattro settimane prima di Natale), seguito dal tempo di Natale (fino alla festa del Battesimo di Gesù, la seconda domenica di gennaio). Prima di Pasqua, viviamo la Quaresima (dal mercoledì delle Ceneri al sabato santo) seguita dal tempo pasquale (fino alla Pentecoste). Al di fuori di questi quattro periodi, siamo nel tempo ordinario) o ancora del tema delle letture bibliche del giorno. Il canto d’ingresso ci prepara così a ciò che stiamo per celebrare, e alle letture che stiamo per ascoltare, e ce ne dà il significato profondo. Quando non c’è il canto d’ingresso, il sacerdote può leggere l’antifona d’ingresso che è, assai spesso, un versetto di un salmo o un’acclamazione in relazione con la festa del giorno.

3. Il canto d’ingresso è l’esultanza della sposa che accoglie il suo sposo.
Il canto accompagna la processione che, come abbiamo appena visto, non è un momento banale, «funzionale». E’ la Chiesa locale, la sposa, che accoglie il suo sposo, il Signore, rappresentato dal celebrante. Il suo ingresso nel santuario significa simbolicamente il ritorno di Cristo stesso.

UN CANTO CHE NON RAGGIUNGE SEMPRE IL SUO SCOPO

A partire da questi aspetti importanti, possiamo osservare ciò che viviamo e constatare che il canto d’ingresso non sempre raggiunge il suo scopo….
1. Se è cantato dalla sola corale e l’assemblea lo ascolta passivamente, non concretizza l’unione dell’assemblea. La corale non deve eseguire tutti i canti (alcune parti «appartengono» all’assemblea e non le possono essere tolte). Non si tratta di opporre il canto della corale e quello dell’assemblea, ma di ritrovare un equilibrio nel quale ciascuno abbia il suo posto. Là dove  «fa tutto» la corale, l’assemblea diventa passiva e finisce con il non cantare più!
2. Se è scelto troppo velocemente senza tener conto di ciò che celebriamo, non introduce correttamente alla specificità del giorno.
3. Se è intonato, per mancanza di un animatore liturgico, dal sacerdote che presiede, e che non può quindi nello stesso tempo far cantare ed entrare nel nome di Cristo, non manifesta pienamente l’esultanza della sposa che accoglie il suo sposo.
Il canto dell’assemblea:
Poiché la liturgia è l’azione di tutta la comunità, il canto principale, in ogni celebrazione, è quello dell’assemblea. Così, tutti i membri di una comunità si esprimono con le stesse parole. E questo diviene il segno più evidente dell’unanimità dei cuori che si esprimono.
Il canto della corale:
La corale ha sicuramente un posto importante nella liturgia. Essa apporta un sostegno essenziale all’assemblea trascinandola e permettendole di apprendere nuovi canti e di variare il repertorio. In certi momenti della liturgia (offertorio, comunione, strofe di un salmo), essa interpreta da sola un canto più complesso, in polifonia. L’unione delle differenti  voci è un segno molto bello dell’armonia, dell’unità nella diversità, di un’unanimità nella quale ciascuno è riconosciuto e apprezzato per il suo carattere proprio e che si raduna per formare un insieme melodioso. Tuttavia, la corale deve sempre ricordarsi che non è lì per eseguire un concerto, e che essa rimane, come tutti gli altri attori, sacerdote compreso, al servizio della liturgia, e al servizio del canto dell’assemblea.
Le cause di un disequilibrio:
Storicamente, schematizzando un po’, siamo passati, nel corso della storia della chiesa, da un canto comunitario, derivato dalle liturgie ebraiche, a un canto di tipo monastico, e poi, nel secondo millennio, a un canto polifonico che è diventato sempre più complesso. La liturgia è diventata il luogo in cui si eseguono delle belle opere musicali. Questo sviluppo ha permesso di generare magnifici capolavori. Ma questo progresso di un canto liturgico colto ha provocato molto presto il declino della partecipazione del popolo, ciò che è assai dannoso a livello liturgico, poiché il popolo si trova così privato del suo ruolo attivo nelle celebrazioni. La riforma liturgica del Vaticano II ha voluto riequilibrare questi valori ridando vita alle celebrazioni del popolo. Questo ritorno alle fonti della liturgia cantata è una nuova sfida che si apre davanti a noi. Che differenza, in effetti, tra una liturgia nella quale si sente un’assemblea che partecipa e che canta, e alcune messe domenicali nelle quali l’assemblea sta in fondo alla chiesa, con le braccia conserte e soprattutto con la bocca chiusa, che sembra attendere che la corale abbia finito l’esecuzione del suo pezzo…. Molto opportunamente la riforma liturgica prevede per le corali una collocazione sul lato del coro. Si tratta insomma di ritrovare un saggio equilibrio che permetta a ciascuno di trovare il suo posto nella liturgia. Come il sacerdote prega a nome di tutti utilizzando il «noi», così l’assemblea può unirsi alla strofa di un canto o al mottetto che canta la corale o il salmista.
  
Gli animatori liturgici:
In liturgia, non è desiderabile che una sola persona faccia tutto. La presenza di un animatore liturgico o di una animatrice liturgica permette di meglio ripartire i ruoli nella liturgia e di guadagnarne in qualità.

GLI STRUMENTI MUSICALI

Nella liturgia, beneficiamo anche dell’accompagnamento degli strumenti musicali. Questi non sostituiscono la voce umana che resta principale. Così, le chiese d’Oriente non ammettono gli strumenti musicali nelle celebrazioni, poiché non possono trasmettere la Parola. Nelle chiese della Riforma, si è a lungo esitato a utilizzare l’organo nel culto, a causa di una certa sobrietà. Esso ha tuttavia acquistato a poco a poco un posto importante nella liturgia, prima per sostenere la voce dell’assemblea, poi anche per creare degli spazi di meditazione. La chiesa romana si è molto evoluta, nel corso dei secoli, sulla questione della musica strumentale. Quando si fu totalmente liberato della sua connotazione profana originaria, l’organo acquisì diritto di cittadinanza nelle chiese, e anche durante lunghi periodi, l’esclusività. Oggi gli strumenti a corda, gli strumenti a fiato e le percussioni sono ammessi, anche se l’organo a canne conserva il primo posto.

RICAPITOLANDO
Il canto d’ingresso ha una triplice funzione:
1. Permette di costituire visibilmente l’assemblea che canta insieme con un solo cuore,
 «con una voce sola».
2. «Dà colore» a ciò che stiamo per vivere, ci introduce nel tempo liturgico, nella festa del giorno o nel tema delle letture bibliche.
3. Più profondamente ancora, mette in risalto la gioia della chiesa, sposa, che accoglie il suo sposo, il Cristo, rappresentato dal sacerdote. 

MEDITATO E SCRITTO DA PADRE LEOPOLDO
PRIORE FRANCESCANO CONVENTUALE DELLA
CHIESA DI SAN FRANCESCO DI BRESCIA 

 

giovedì 30 giugno 2011

Itinerari di fede - I appuntamento

Cominciamo a meditare attraverso un nuovo percorso ricco di diversi itinerari, sempre scritti dalla mano di padre Leopoldo, Priore Francescano Conventuale della Chiesa di San Francesco di Brescia (ringraziamo sempre Enza per l'opera non facile di trascrizione):


ITINERARI

La direzione spirituale
Parte “A”

Imparare a prestare attenzione al disegno di Dio, che si fa strada attraverso gli avvenimenti, è imparare a riconoscere la Sua voce.
Ci sono nella Chiesa molti aiuti dal punto di vista oggettivo e generale, che ci permettono di comprendere dove il Signore ci sta conducendo (omelie, catechesi, liturgia,...), ma la via privilegiata che ci aiuta a comprendere è la direzione spirituale.
Un’attenta e prudente direzione spirituale si pone come strumento che favorisce la sintesi delle varie esperienze e le orienta alla crescita umana e cristiana, nella prospettiva della ricerca vocazionale. Essa spinge ad un cammino (suppone quindi la volontà di muoversi) che va al di là di quello che la persona è, o pensa di essere: lo Spirito tende a muovere, a configurare a Cristo.
Tappe fondamentali della direzione spirituale:
1) Lavoro di ricerca e di sviluppo delle doti personali positive, delle attitudini, dei desideri, delle virtù umane e cristiane.  La direzione spirituale qui tende a far cogliere, alla luce della fede, che la storia personale e il nostro oggi, ricchi di doni, sono voluti da Dio.
2) Lavoro di purificazione. Non si può essere ingenui o falsamente ottimisti: ci sono in ognuno carenze, difetti, vizi ed egoismi.  Qui la direzione spirituale diventa invito alla conversione per un graduale cambiamento nella preghiera, nel carattere, nell’uso del tempo, nell’attenzione ai doveri quotidiani...
3) Lavoro di conduzione a Cristo e confronto con Lui, che è il Signore e il centro della vita. La direzione spirituale avvia un lavoro di crescita dell’uomo secondo lo Spirito.  Qui entra in chiave personale l’educazione alla preghiera, ai sacramenti, all’ascolto della Parola, alla contemplazione di Cristo amico, Figlio di Dio e modello perfetto dell’uomo.
4) Lavoro di discernimento vocazionale, di orientamento, di apertura al progetto di Dio sulla propria vita con attenzione alle attitudini, alle possibilità di servizio e di impegno a tempo pieno per il Regno di Dio.

La direzione spirituale
Parte “B”

La guida spirituale
La guida spirituale è una persona che si offre di camminare insieme a te verso l’unica meta: Gesù; sia chi guida che chi è guidato, nel cammino verso il Signore, cresce e perfeziona la sua maturità umana e spirituale. Tuttavia tra la guida e il diretto non deve esserci un atteggiamento paritario altrimenti non si trova aiuto.
La guida spirituale è necessaria per imparare a leggere con obiettività la tua situazione e verificare se la risposta e l’impegno che metti nelle cose sono frutto di una fedeltà alla volontà di Dio, o piuttosto decisione che scaturisce dalla nostra caparbietà.
La guida però non è il protagonista della direzione spirituale, protagonista è lo Spirito Santo.
Una cosa importante che puoi e devi fare per la persona che ti segue spiritualmente è pregare per lei: la tua guida ha bisogno di luce per vedere bene te e per conoscere il piano che Dio ha su di te; la bisogno di intelligenza per indicarti la strada giusta, che non è sempre la più breve e la più piacevole; ha bisogno di pazienza per saper attendere e rispettare i tuoi momenti di crescita.

Ricordati: è necessario che tu chieda esplicitamente a questa persona di Dio se si sente di assumere la responsabilità della tua crescita. Oltre ad avere il tempo a disposizione per ascoltarti con regolarità, essa deve possedere una certa maturità spirituale ed avere esperienza dei diversi cammini di fede.
Tuttavia non credere che la tua guida spirituale possa “leggerti” immediatamente né, tanto meno, sostituirsi a te, al tuo impegno e alle tue decisioni. Tu solo ne sei responsabile! Essa potrà solamente aiutarti a capire, spesso dentro uno spazio abbastanza lungo di tempo, qualcosa del tuo mistero, decifrando le tue costanti.

La guida spirituale
Parte “C”

Il dialogo spirituale
Il dialogo che si instaura tra il diretto e la guida aiuta a comprendere le motivazioni più ampie che sottostanno alle scelte, motivazioni che si arriva a fare proprie e quindi ad amare perché in esse si crede fermamente.

Caratteristiche per la buona riuscita del dialogo:
        la più assoluta fiducia reciproca; l’amore di entrambi per la verità;
        la limpidezza; la chiarezza dei discorsi;
        la libertà di qualsiasi riserva o pregiudizio, che fa sentire accolti e capaci di accogliere sempre;
        la docilità e l’obbedienza da una parte e la fermezza dall’altra, che vanno di pari passo, attingendo direttamente alla scuola di Gesù, unica vera guida spirituale;
        una buona dose di umiltà da entrambe le parti;
        fedeltà al calendario prefissato e non agli umori personali (ma se senti la necessità dell’incontro può essere anche più spesso);
        vita di preghiera di entrambi.
Attenzione:
        non si fa direzione spirituale per telefono;
        non si parla mai per mezzo di altri.

Di cosa parlare?
        Puoi cominciare col rileggere la tua storia nelle sue tappe più salienti, manifestando anche i doni che hai scoperto in te, le aspirazioni più segrete, che tuttavia ti ritornano costantemente. Tutto questo per riconoscerti all’interno di una storia d’amore in cui Dio ha fatto il primo passo verso di te e in cui ti scopri protagonista insieme a Lui.
        Successivamente, puoi rispondere a questa domanda: «Che cosa ho fatto del mio Battesimo?» Rileggi perciò la tua maturazione di fede nei suoi ritmi di crescita, gli incontri che ti hanno segnato positivamente, i momenti in cui sei giunto alla certezza di essere amato da Dio come un suo figlio.
        Descrivi poi i momenti bui, le tentazioni lungo il tuo cammino di fede, quando ti è stato difficile riconoscere la presenza del Signore nella tua vita o hai dubitato del suo amore.
        Leggi criticamente il tuo presente con le sue inquietudini (i tuoi problemi religiosi, affettivi, morali, vocazionali, famigliari), ma non dimenticare le tue bellezze interiori.
Chi ti ha messo in cuore il desiderio di giungere a una fede più matura e a un sì più convinto ti darà la luce necessaria perché tu possa esprimere nell’operosità quotidiana la freschezza di una vita evangelicamente vissuta.

domenica 26 giugno 2011

Capire la Santa Messa - II Appuntamento

Torna l'appuntamento domenicale con la meditazione sul significato della Santa Messa, con gli approfondimenti di padre Leopoldo, Priore Francescano Conventuale della Chiesa di San Francesco di Brescia:


N° 2
LA RIUNIONE DELLA CHIESA

LA CHIAMATA DELLE CAMPANE
Le campane hanno una magnifica funzione: essere la voce di Dio che chiama quelli e quelle che credono in Lui perché vengano a trovarlo. Piccoli e grandi, malati e sani, ricchi e poveri, santi e peccatori, le campane invitano tutti. Il suono delle campane ci ricorda che la messa non è una riunione segreta alla quale sarebbero convocati solo gli iniziati. Tutti possono venire. Nello stesso tempo, le campane lasciano liberi. Anche se suonano un po’ forte, si possono ignorare, e si può continuare a dormire: Dio non viene a farci uscire dal letto….. quando non suonano per una messa, la funzione delle campane, oltre a quella di indicarci l’ora, è quella di chiamarci alla preghiera. E’ questo il senso del suono al mattino, a mezzogiorno e alla sera.
Poiché le campane sono la “voce di Dio” che ci invita alla messa o alla preghiera, perché non avere un pensiero per il Signore, una preghiera breve, quando sentiamo suonare le ore?
Quando arriva l’ora della messa, le campane ci invitano a metterci per strada, a prepararci a questo grande avvenimento; esse ci ricordano anche che siamo invitati, convocati da Dio per fare Chiesa.

COME PREPARARSI ALLA MESSA?

Un appuntamento amoroso, un incontro importante, un corso da tenere, tutto ciò si prepara. Un professore o un catechista capirà molto velocemente se una lezione è stata sufficientemente preparata….. abbiamo visto che la messa è un’“azione santa” che richiede una partecipazione attiva dell’assemblea. Per partecipare attivamente, bisogna prepararvisi. Dalla nostra preparazione dipenderà la nostra maniera di vivere la messa. Un tempo, i cristiani indossavano i vestiti belli della domenica per andare a messa. Oggi, per quelli che durante la settimana lavorano in “giacca e cravatta”, è piuttosto l’inverso: essi si vestono cool la domenica. Ma non è questo l’importante, bensì lo spirito: si potrebbe molto semplicemente “vestire a festa” il cuore. Il mezzo migliore resta sicuramente il sacramento della riconciliazione. Ci fu un tempo in cui non ci si poteva comunicare senza prima essersi confessati. Ora è il contrario, non ci si pensa proprio…. La chiesa tuttavia lo richiede in casoo di peccato grave. Ma, anche senza colpa grave, quanto è bene ricevere il Signore in un cuore che Lui stesso ha purificato! Ecco un altro mezzo ancor più alla nostra portata. Quando si va all’opera, soprattutto se il dramma è recitato in una lingua che non si padroneggia, si legge la presentazione del piéce, così si comprende meglio la trama. Perché non prepararci alla messa leggendo in anticipo i testi biblici che saranno proclamati? Possiamo facilmente procurarci un “Messale delle domeniche”, oppure abbonarci ad una rivista che ci offre ogni giorno i testi della liturgia. Una lettura fatta in anticipo ci permetterà di essere più ricettivi della Parola di Dio, e più attenti all’omelia!
Poi, c’è il nostro ingresso in chiesa. Il minimo che si possa fare, per prepararsi bene al mistero che seguirà, è arrivare in orario. E arrivare in orario, vuol dire arrivare almeno cinque minuti prima dell’inizio, per avere il tempo per pregare, di preparare il proprio cuore.  Il santo curato d’Ars diceva che occorreva  un quanto d’ora per prepararsi correttamente. Egli stesso si preparava alla celebrazione dell’eucarestia con un lungo periodo di adorazione.  Niente e nessuno poteva impedire quel momento. Rari sono i luoghi nei quali si permette di arrivare così in ritardo come alla messa. Per un bel concerto tutti sono lì prima dell’inizio. Lo stesso al cinema: alcune persone arrivano ancora durante gli spezzoni pubblicitari di film di prossima programmazione; ma quando il film incomincia, la sala viene completamente oscurata e non è piacevole arrivare così nel buio. Non parliamo del treno, della nave: chi arriva in ritardo può solo attendere il successivo. Invece, alla messa….. Mi sento sempre molto a disagio quando vedo la gente arrivare in ritardo, cioè dopo l’introduzione….. Voi mi direte: ma che cosa faremo in quei cinque, dieci, quindici minuti prima che la messa incominci? E’ bene prepararsi, nella preghiera, a questo grande appuntamento. La cosa più importante è domandare al Signore di avere veramente fame e sete di Lui, di essere riempiti del desiderio di incontrarlo, di ascoltarlo, di riceverlo. Possiamo anche invocare lo Spirito Santo. Senza di Lui, niente si fa in profondità. Lui solo può permetterci di vivere un vero incontro con il Signore. Preghiamo anche per il sacerdote che celebrerà la messa.

UNA RIUNIONE NELLA CHIESA

Il termine chiesa viene dal Greco ekklésia composto dal prefisso ek che significa “fuori da” e dal verbo kaleô, “chiamare”, il senso primo di ekklésia è dunque: assemblea di coloro che sono stati chiamati da fuori per venire dentro. “Fare chiesa” non significa radunarsi tra amici, formare un’associazione, un club di persone che si scelgono tra loro, ma significa rispondere ad una chiamata, a una convocazione e per noi cristiani chi ci convoca e chiama è Dio. Il cardinale Henri de Lubac, grande teologo del concilio Vaticano II, ebbe questa formula stupenda: “E’ la chiesa che fa l’eucarestia, ma è anche l’eucarestia che fa la chiesa”.

E’ LA CHIESA CHE FA L’EUCARESTIA


Questo ci sembra abbastanza evidente: è la chiesa radunata, guidata dai suoi pastori, che celebra l’eucarestia. Questo è il suo compito e la sua missione. La chiesa conserva gelosamente questo tesoro unico che il Cristo le ha affidato: il suo corpo e il suo sangue. Al cuore di tutte le preoccupazioni pastorali, la sua meravigliosa missione è di dare questo nutrimento ai figli di Dio. Essa deve anche fare attenzione che la messa sia celebrata degnamente.

E’ ANCHE L’EUCARESTIA CHE FA LA CHIESA

La comunità cristiana scopre, nel corso degli incontri, che questo invito del Signore la costituisce come chiesa, assemblea visibile e vivente. Come potrebbe essere un’”assemblea di coloro che sono stati convocati” se essa non si radunasse? Non sarebbe niente di più che una nebulosa di individui isolati, senza legami gli uni con gli altri, se non forse una iscrizione sul registro dello stato civile. Moltissimi cristiani purtroppo non hanno più molti legami con la chiesa….. quante volte sentiamo dire: “sono credente, ma non praticante”? la grande maggioranza dei cristiani non è praticante, ciò diventa quasi normale…….Ma come dirsi membro di una chiesa senza partecipare all’assemblea, all’adunanza di questa chiesa? Di fatto, questa assenza di pratica si accompagna spesso a una fede debole. Si sente anche dire: “Non c’è bisogno di andare in chiesa per essere credenti”. Ma come credere in colui che ha detto: “Fate questo in memoria di me”, senza rispondere al suo invito? In occasione della GMG di Parigi, un giovane chiese se fosse obbligatorio andare a messa. Il vescovo rispose: “La messa non è obbligatoria, è vitale!”. La messa è ben più che una riunione; anche i partiti politici, le associazioni, i movimenti si riuniscono. Per mezzo della messa, Dio “foggia” la sua chiesa facendo si che coloro che vi partecipano non formino più che un solo corpo.

RICAPITOLANDO

Le campane sono per noi come la voce di Dio che ci invita a radunarci per “fare chiesa”.
E’ bene che ci prepariamo attivamente a questa grande adunanza che ci unisce e che costituisce la chiesa in un solo corpo.

MEDITATO E SCRITTO DA PADRE LEOPOLDO
PRIORE FRANCESCANO CONVENTUALE DELLA
CHIESA DI SAN FRANCESCO DI BRESCIA.

martedì 21 giugno 2011

Capire la Santa Messa - I Appuntamento

 Inauguriamo questa nuova sezione della Vigna del Signore, attraverso il primo numero di un corposo appuntamento che ci porterà alla comprensione del mistero della Santa Messa. Ringraziamo Enza per l'opera di trascrizione di questi approfondimenti di padre Leopoldo, Priore Francescano Conventuale della Chiesa di San Francesco di Brescia:

CHE COSA E’ LA MESSA?

Il senso profondo dell’eucarestia

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, cioè lo svolgimento della messa, tenteremo di comprendere meglio cosa essa sia. Lo faremo in una maniera molto semplice: definendo i differenti nomi che diamo alla messa, quali “Frazione del pane”, “Cena del Signore” o “Eucarestia”.

Diversi nomi per dire la stessa cosa

Per designare delle cose semplici, non abbiamo bisogno di parecchi nomi: un albero che produce delle mele è un melo, se produce delle ciliegie, è un ciliegio. Al contrario per parlare di una persona, possiamo utilizzare parecchi nomi. Così il Sig. Rossi si farà chiamare “Giovanni” dai suoi amici, “Dottore” dai suoi pazienti, “papà” o “mio caro” in casa. Quando parliamo di Dio, moltiplichiamo i nomi: egli è Padre, l’Essere supremo, il Vivente, la Roccia, il santo, l’Amore, il Misericordioso. I musulmani amano recitare i novantanove nomi di Dio, sgranando il loro rosario. Noi non potremo mai dire tutto di Dio, ma ogni nome rivela un aspetto della sua grandezza infinita e ci svela un poco del suo mistero. Anche la Messa è un grande mistero; è dunque normale che vi siano diversi nomi per parlarne. Al giorno d’oggi parliamo soprattutto di messa e di eucarestia, ma nel corso degli anni, si sono utilizzati altri nomi per designare questo sacramento: frazione del pane, azione santa, cena del Signore, comunione, sacrificio, ecc. Si tratta sempre della medesima realtà , ma, con questi differenti nomi, si metteva l’accento ora su una ora su un’altra delle sue ricchezze. E’ dunque interessante approfondire il significato di alcuni di questi nomi, perché ciascuno rivela un aspetto, una sfaccettatura del diamante.

LA FRAZIONE DEL PANE

L’espressione “frazione del pane” è una delle prime che utilizzano i discepoli per designare la messa. Gli Atti degli apostoli ci dicono che i primi cristiani “erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (2,42). Questo gesto viene da Gesù: per nutrire la folla, prende i pochi pani che gli vengono presentati, li benedice e li spezza. Li distribuisce. Al momento dell’ultima cena, Gesù compie nuovamente questi stessi gesti: prende il pane, lo spezza e lo dà ai suoi discepoli. La frazione del pane diventerà anche un gesto che permetterà ai discepoli di Emmaus di riconoscerlo.
Qual è il senso di questo gesto? San Paolo ce lo spiega nella sua prima lettera ai Corinzi: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (10,16b-17).
Così, condividere uno stesso pane e darne un pezzo a ognuno significa esprimere l’unità. La “frazione del pane” realizza l’unità tra coloro che mangiano insieme uno stesso pane (la parola “compagno” esprime questo gesto di condivisione del pane. Compagno viene da cum, “con”, e ponis, “pane”; è dunque colui con cui mangio il pane).
Quanto più grande sarà questa unità, dal momento che il pane condiviso nella messa è più che pane: è il corpo di Cristo offerto per noi. Quando noi andiamo a fare la comunione, riceviamo insieme il medesimo corpo di Cristo; questo ci stabilisce necessariamente in una unità molto profonda. Perché ricevendo il corpo di Cristo, siamo chiamati a diventare sempre più membri di questo corpo di Cristo che è la chiesa.
Una bellissima preghiera della messa dice: “La comunione a questo sacramento sazi la nostra fame e sete di te, o Padre, e ci trasformi nel Cristo tuo Figlio”. A ogni comunione, siamo chiamati a diventare ciò che abbiamo ricevuto: il corpo di Cristo! Ricordiamo ancora per un momento che, se Dio ci rende partecipi del pane che è il corpo di Cristo, ci invita a nostra volta a condividere il nostro “pane”, vale a dire ciò che abbiamo, con coloro che ne hanno bisogno. Ciò che Dio fa per noi, noi dobbiamo farlo per gli altri.

IL PASTO DEL SIGNORE

In questa seconda espressione, c’è innanzitutto la nozione di pasto, così importante per noi. Invitare a pranzo i propri amici o i propri genitori, non significa soltanto dare loro da mangiare e da bere. Partecipare ad un pranzo di famiglia o tra amici, non significa unicamente placare la propria fame. E’ molto di più. C’è una grande differenza tra l’animale e l’uomo nel loro modo di mangiare. L’animale si getta sul cibo che gli si presenta, escludendo il bisogno dell’altro. Divora il suo pasto fino a che non c’è più nulla oppure la sua fame è placata. Quando gli uomini prendono un pasto insieme, obbediscono a tutto un rito: prendono l’aperitivo, stendono i loro tovaglioli, attendono che tutti siano serviti prima di mangiare, anche se hanno molta fame. In tutto il pranzo, c’è qualcosa di più del cibo, c’è l’amicizia che si crea e si manifesta. In fin dei conti, non è il cibo la cosa più importante. Lo si trova sempre buono se l’atmosfera è gioiosa, distesa, fraterna. Al contrario, se inaspettatamente accade un litigio durante il pranzo, questo non “passa” più, e si arriva a lasciare la tavola, anche se si ha ancora fame.
Il pasto evoca la gioia di stare insieme. Si capisce che Gesù abbia scelto l’immagine di un pranzo di nozze e anche di un vero banchetto per parlare del regno di Dio. (vedi per es. Lc 14,15-24), non per prometterci che passeremo la nostra eternità a mangiare e bere, ma piuttosto per presentarci il regno come la riunione dei figli intorno alla tavola che presiede il padrone di famiglia.
L’eucarestia è un pasto. Ma bisogna andare più lontano, se no, al posto delle chiese, avremmo dei ristoranti…. Bisogna aggiungere che questo è il pasto del Signore. Dio stesso ci invita alla sua tavola. In questo pasto, il Cristo stesso si dà in nutrimento. Il pane spezzato, distribuito, è il suo corpo offerto per noi. Il calice, è quello della nuova alleanza nel suo sangue. Con questo pasto, egli ci invita a prendere parte alla sua passione per risuscitare con lui e partecipare alla sua gloria. Questo pasto del Signore dunque è una pregustazione del pasto celeste nel regno.

L’AZIONE SANTA

Azione sacra, Azione santa, sono termini che hanno avuto il favore del Medioevo. Abitualmente, noi parliamo del prete che dice bene o dice male la messa. Facciamo un’offerta perché egli dica una messa per una tale intenzione. In certe lingue, si dice che anche il prete legge la messa  e di conseguenza io vado “ad ascoltare la messa”. Simili espressioni avrebbero scandalizzato certamente i cristiani del Medioevo. Parlavano, loro, di dare la messa. Essi avevano ben compreso che la messa è un’azione di Dio in favore del suo popolo e un’azione degli uomini che celebrano questa alleanza.
E’ bene ricordare che noi tutti siamo invitati a prendere una parte attiva alla messa. Andare a messa, non è come andare al cinema dove lo spettatore sta comodamente seduto nella sua poltrona; il solo sforzo che gli si richiede è di star zitto. Siamo tutti attori, non necessariamente perché facciamo qualche cosa come la lettura o la questua, ma perché partecipiamo attivamente a ciò che viene celebrato: ascoltiamo la Parola di Dio e ci lasciamo interpellare da essa; ci offriamo con il Cristo per avere parte alla sua resurrezione; lo riceviamo perché venga ad abitare in noi e noi in Lui. Tutto ciò, nessuno può farlo al nostro posto. Dipende da noi vivere la messa come una vera azione santa.

I SANTI MISTERI

Un mistero in liturgia non è un enigma oscuro o un fenomeno strano. La Parola designa un’azione compiuta da Dio e realizzata dal Cristo per la salvezza degli uomini. La messa ci fa partecipare al mistero pasquale, mistero di Pasqua, cioè alla morte e resurrezione di Cristo. L’espressione “santi misteri” designa il corpo e il sangue di Cristo resi presenti nella celebrazione della messa. Anche i sacramenti si chiamano misteri, perché Dio agisce attraverso parole e gesti ben precisi. Il mistero ha un duplice aspetto. Un aspetto visibile: un’azione, un gesto, una parola. E un aspetto invisibile: ciò che Dio compie attraverso questa azione, questo gesto questa parola. Questo aspetto invisibile, noi lo percepiamo con gli “occhi della fede”.
E’ un po’ complicato, ma lo capirete subito. La messa è un “mistero” o un sacramento, perché essa è stata istituita dal Cristo per farci partecipare alla sua morte e alla sua resurrezione e dunque per salvarci. C’è nella messa un aspetto visibile: le parole che ascoltiamo e che diciamo, i gesti che vediamo e che compiamo, l’incenso che sentiamo, senza dimenticare il pane che tocchiamo e mangiamo e il vino che beviamo. Ma non bisogna dimenticare l’aspetto invisibile, ciò che queste parole, questi gesti e questi alimenti significano: Dio ci parla e si dà in nutrimento perché noi abbiamo parte della sua vita divina. Bisogna avere la fede per capire bene tutto ciò. Non che il Cristo non sia qui e non ci si crede, perché egli agisce efficacemente per mezzo dei sacramenti, ma questi diventano fecondi e producono ciò che essi significano per coloro che li ricevono nella fede. Teniamo dunque a mente, di questa definizione, l’invito a superare le apparenze per vivere il “mistero” celebrato.
“Questa è certamente una delle più grandi difficoltà della messa. Non si vede che il suo aspetto visibile. Spesso diciamo: “Mi piacciono molto le messe delle famiglie, sono ben animate, ci sono canti belli e voi suonate la chitarra”. Non sono come le altre messe dove non succede niente….”. mi fanno pensare a dei bambini che ricevono dei regali, ma che non vedono che le confezioni più o meno colorate; dimenticano di aprire il regalo…..Sicuramente, i sacerdoti e i gruppi liturgici devono afre del loro meglio perché la liturgia sia bella e attraente. Ma non dimentichiamo l’immenso tesoro che si trova sotto la confezione. Quando si è riconosciuto il Cristo che si dona, anche la messa più scialba diventa momento straordinario.

L’EUCARESTIA

Eucarestia è un’espressione che noi utilizziamo spesso per parlare della messa. Eucharestein significa “rendere grazie”, o più semplicemente “dire grazie”. In greco moderno, l’espressione significa “ti ringrazio vivamente”, “ti sono profondamente riconoscente”.
Celebrare l’eucarestia significa dunque esprimere la nostra riconoscenza al Signore, ringraziarlo per tutti i suoi benefici. La preghiera eucaristica è una lunga preghiera di azione di grazie al Padre che ci ama e invia il suo figlio per salvarci. Teniamo a mente di questa espressione il fatto che noi andiamo a messa per rendere grazie, per dire “grazie” a Dio. Sarà bene chiederci, prima di andare a messa, quali sono i nostri motivi di ringraziamento.
Più profondamente, il cristiano è chiamato a fare della sua vita una “eucarestia”, un’azione di grazie, lodando e ringraziando il Signore in ogni tempo, come ci invita a fare l’apostolo Paolo: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti” (Fil 4,4).

LA MESSA

La parola più corrente: “vado a messa”. Quale ne è l’origine? Essa rischia di sorprenderci.
Ogni riunione liturgica comporta un rito di apertura, d’accoglienza e un rito di congedo. E’ così anche in tutte le assemblee ufficiali. Per esempio, per i giochi olimpici, c’è una cerimonia di apertura e c’è una cerimonia di chiusura. Il presidente dichiara “aperti” i giochi e li dichiara “chiusi”. Nell’esercito, alla fine dell’esercizio, il comandante grida: “Rompete le righe!”.
Alla fine della messa, il vescovo o il presbitero dichiarava: “Ite, missa, est”, che si è tradotto con “La messa è finita andate in pace”. Ma questa non è la traduzione letterale. “Ite missa est” significa “Andate, questo è l’invio” o, in altre parole, l’assemblea che si è tenuta nella chiesa, questa domenica, viene ora sciolta. La parola latina per dire ciò è missio o anche missa, che viene dal verbo “inviare”. Missa est: è il momento del rinvio. Che ognuno ritorni alla sua casa! Come si è arrivati a chiamare “missa (messa), che vuol dire rinvio, un atto che è il suo contrario, cioè una riunione? La ragione è semplice, quando si va in chiesa per la messa, si entra in ordine sparso, gli uni dopo gli altri. Alcuni arrivano a raccogliersi alcuni istanti prima della celebrazione. Altri arrivano in ritardo. L’ingresso in chiesa si nota poco. Al contrario, i partecipanti escono tutti insieme e questo si vede. Così i non cristiani che vedono i fedeli uscire insieme dalla chiesa dicevano:  “è la missa, è il congedo della loro riunione”. E si è finito col chiamare missa, messa, la riunione stessa.
Ciò non è senza conseguenze. Se, dopo aver celebrato il mistero del Signore, siamo inviati, ciò avviene perché noi siamo presso gli uomini i testimoni di ciò che abbiamo vissuto insieme in chiesa. La messa non è un atto isolato e separato dalla nostra esistenza normale. Essa ci apre una vita nuova e alla testimonianza. Il congedo finale è anche un invio in missione.